Storia della Pace

RSS logo

Aiuta PeaceLink

Sostieni la telematica per la pace:

  • c.c.p. 13403746 intestato ad Associazione PeaceLink, C.P. 2009 - 74100 Taranto (TA)
  • conto corrente bancario n. 115458 c/o Banca Popolare Etica, intestato ad Associazione PeaceLink (IBAN: IT05 B050 1802 4000 0000 0115 458)
Motore di ricerca in

PeaceLink News

...

Articoli correlati

Lotte nonviolente nella storia

La Resistenza nonviolenta al nazifascismo in Italia

1– Studi storici sulle lotte nonarmate o nonviolente - La Resistenza civile nella evoluzione della storiografia della Resistenza
2. Qualche vicenda esemplare: - Gli scioperi operai - La Resistenza delle donne – Resistenza non armata nella Bergamasca – Resistenza nonviolenta a Forlì
3. Dalla storia alla strategia
17 gennaio 2006 - Enrico Peyretti

Lotte nonviolente nella storia
La Resistenza nonviolenta al nazifascismo in Italia
Enrico Peyretti

«Gli storicisti debbono riconoscere che sul piano storico non è vero
che il nonviolento perde sempre e il violento vince sempre, se è
vero che i partigiani giudei antiromani furono sopraffatti e venivano
crocifissi, e solo si vendicò magnificamente su Cesare uno di questi
crocifissi che era per la nonviolenza, e anche Spartaco e i suoi non
vinsero affatto; mentre Gandhi ha vinto senza toccare un capello
ai soldati inglesi e alle loro famiglie nell’India, e William Penn,
quando si presentò con i suoi amici quaccheri ai pellirosse, e senza
alcuna arma, i capi gettarono via le proprie armi, e sorse uno stato
di pace, a differenza di tutti gli altri dell’America del Nord.
Esistono vittorie senza violenza».
Aldo Capitini, La nonviolenza oggi, Milano, Edizioni di Comunità 1962,
ora in Aldo Capitini, Le ragioni della nonviolenza, Antologia degli
scritti a cura di Mario Martini, Pisa, Edizioni ETS 2004, p. 136.

«Tornare alla concretezza della storia: avere il coraggio, con Majakovski,
di “rimestare la merda dei secoli” può aiutarci a ritrovare i fiori che tuttavia
sono nati: nel coraggio di immaginare e praticare un mondo differente»
Tom Benetollo, Presidente Arci, morto il 20-06-04, in Liberazione, 10-01 04,
ora in AA.VV. La politica delle nonviolenza, edito da Liberazione , febbraio 2004, p. 29.

«Esiste una storia della nonviolenza, che è anche la storia delle lotte
contro la violenza degli “uomini irragionevoli”. È sorprendente che
questa storia non abbia maggiormente attirato l’attenzione degli
uomini “ragionevoli” che raccomandano e giustificano la violenza».
Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace,.
ed. Plus, Pisa University Press, p. 297.

1. Lo stato degli studi sulla attuazione storica delle lotte nonviolente
1/1 – Studi sulle lotte nonarmate o nonviolente
1/2 La Resistenza civile nella evoluzione della storiografia della Resistenza italiana al nazifascismo
2. Qualche vicenda esemplare
2/1 - Gli scioperi operai in Italia nel 1943 e 1944
2/2 – La Resistenza taciuta, quella delle donne
2/3 – Resistenza non armata nella Bergamasca
2/4 – Resistenza nonviolenta a Forlì
3. Dalla storia alla strategia

1 - Lo stato degli studi sulla attuazione storica delle lotte nonviolente

1/1 – Studi sulle lotte nonarmate o nonviolente

Ricerche storiche sulle lotte nonarmate o nonviolente a mia conoscenza sono quelle che indico nella bibliografia sui casi storici di difesa senza guerra, reperibile nel sito http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_2668.html, che è, naturalmente, una lista aperta.
Il fatto dimostra la possibilità. La dominante ideologia della violenza ha di fatto ignorato queste forme di resistenza e di liberazione, facendole apparire impossibili. Per quanto possa essere difficile, quel che è fatto è possibile. Ma anche se non vi fosse alcuna esperienza storica efficace di lotta nonviolenta, sarebbe un dovere e una necessità inventare oggi questa lotta, per chi vuole affermare la giustizia senza contribuire all’ingiustizia.
La difesa e liberazione senza guerra è possibile. Questa possibilità, anche se fosse minima, è altamente preziosa. Infatti, con la difesa militare un esercito vince, uno perde, due popoli soffrono e probabilmente perdono entrambi: il risultato è a somma zero, se non negativa. Con la difesa nonarmata c'è la possibilità di risultato a somma positiva: un guadagno in termini globali per entrambi. In caso di fallimento, il danno (fisico e morale) è minore e non è definitivo. Parlando di possibilità di questa difesa, bisogna tener conto che solo in pochissimi casi (che sono i grandi esempi di successo) essa è stata usata con una preparazione morale e un addestramento pratico.

Vediamo gli studi sulla resistenza nonarmata al fascismo e al nazismo in Italia e in Europa, come caso molto significativo, data la durezza di quel dominio.

La raccolta più completa è il libro di Jacques Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler. Questo autore si è limitato al periodo 1939-1943, allo scopo di illustrare le sole forme di lotta senz'armi autonome dalla lotta armata, non quelle in appoggio alla lotta armata. Sebbene incompleta anche per quel periodo (come dimostra il fatto che trascura gli scioperi italiani del 1943) l'opera di Semelin risulta per ora la più ampia raccolta di fatti di resistenza nonarmata in Europa.

Le prime ricerche in Italia sulle forme nonarmate di resistenza europea tra il 1940 e il 1945, compaiono in quella più ampia serie di scritti storici, teorici, strategici, che sono i Quaderni della Difesa Popolare Nonviolenta, pubblicati fin dal 1978 a cura di IPRI (Italian Peace Research Institute), LOC (Lega Obiettori di Coscienza), MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione), con la collaborazione di altro volontariato culturale di pace, in parte ripubblicati come Quaderni di Azione Nonviolenta (la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964), e poi, dal 1990 circa, pubblicati dalla Editrice La Meridiana, di Molfetta, del Movimento Pax Christi. Sono ormai usciti oltre trenta titoli, tutti in veste grafica molto semplice. I quaderni che documentano i casi storici più chiari nel periodo qui considerato (più diversi altri casi in periodi e luoghi diversi) sono:
n.1 - M. Skodvin, Resistenza nonviolenta in Norvegia sotto l'occupazione tedesca, Napoli 1978 e Perugia 1979.
n. 3 - J. Bennet, La resistenza contro l'occupazione tedesca in Danimarca, Napoli 1978 e Perugia 1979.
n. 10 - S. Piziali, Resistenza non armata nella bergamasca, 1943-1945, Padova 1984.
n. 18 - R. Barbiero, Resistenza nonviolenta a Forlì, Molfetta 1992. .

Si tratta, certamente, di scritti "dimostrativi", che raccolgono con serietà critica dati storici, allo scopo di mostrare la possibilità della scelta dei mezzi nonviolenti o nonarmati di lotta piuttosto che di quelli armati. Sono lavori ancora iniziali, che devono rimontare uno svantaggio: la convinzione dominante che alla violenza non si possa opporre che altra violenza, così da trovarsi condannati dal violento ad essere violenti, perciò a confermare e proseguire la violenza come metodo. Per rimontare questo svantaggio nella cultura storica e in quella strategica, queste ricerche sono - in un certo modo - a tesi, ma non acritiche.
Ma non è forse ogni indagine storica una ricerca di qualcosa che si suppone o si intuisce, o che si cerca nell'esperienza anche dimenticata, perché se ne sente il bisogno attuale? Il lavoro onesto vedrà se e quanto l'ipotesi si verifica, se e quanto ciò che si cerca è nei fatti reali, non si nasconderà obiezioni e problemi, non scambierà il desiderio con la realtà. Ma mi pare comunque corretto muovere da un'esigenza della vita presente nell'interrogare e indagare la vita passata. La quale contiene anche esperienze che rischiano l'oblio, o vi sono cadute, mentre sarebbero preziose per la storia da fare, oggi e domani.
Per quanto riguarda questo nostro discorso, l'esigenza presente è superare la guerra, ripudiarla come mezzo di risoluzione delle controversie, come impone il grande articolo 11 della Costituzione italiana. Perciò superare anche, con l'invenzione e la valorizzazione dei mezzi non distruttivi, la stessa guerra di difesa, la quale è pur sempre l'essere costretti ad uccidere, perciò sempre, in termini umani profondi, degradazione e sconfitta, non vanto e gloria ma vergogna e tristezza, contaminazione con la stessa violenza offensiva da cui è legittima soddisfazione l'essersi liberati.
In questo senso, le ricerche storiche sulle lotte nonviolente di ogni tempo e luogo della storia e sulla Resistenza nonarmata o nonviolenta, rappresentano un lato dell'immenso lavoro di superamento storico della guerra; sono quella «autorità del passato» che permette di pensare possibili e quindi di costruire strategie non distruttive e non omicide per la soluzione dei grandi conflitti politici. Rappresentano la memoria che, insieme alla coscienza e al progetto, compone una cultura viva di pace.
Si parla (prima solo da destra, oggi anche da sinistra) di "guerra civile" come uno degli aspetti della Resistenza. Qui si vorrebbe aggiungere e sottolineare la "resistenza civile" come un lato innegabile e indimenticabile di quella lotta.

Lidia Menapace, nel convegno sulla Resistenza nonarmata del 24 novembre 1994 a Roma , ha detto che la Resistenza fu movimento politico (sia armato sia nonarmato), ma non militare; l'uso delle armi era «strumentale e non fondativo», come è invece nell'azione militare.
Inoltre (aggiungo io), fu l’unico esercito veramente “volontario”, non costretto, non reclutato dall’alto, non pagato, se non da obiettivi ideali (civili e politici). In esso era possibile agire senza usare le armi.
Infatti non fu un "esercito di liberazione", come in altre esperienze storiche, in cui l'esercito è sopravvissuto alla lotta di liberazione e spesso ha dato luogo ad un regime militare. La Resistenza, invece, cessata la lotta armata, lasciò il campo alla politica disarmata. E' vero che la Resistenza ha anche dovuto, per la situazione politica internazionale dell'Italia liberata, disarmarsi e lasciare il campo alla politica, mentre una sua componente avrebbe voluto continuare la lotta anche armata, come rivoluzione sociale. Ma l'osservazione di Menapace rimane valida, in quanto la Resistenza armata fu parte di un'azione politica e culturale molto più ampia per fini e attori, cominciata ben prima del 1943, alternativa fin dall'inizio al fascismo violento e bellicoso, azione che non si può ridurre alla guerra di liberazione.
Il tribunale speciale fascista per la difesa dello stato, le cui sentenze erano inappellabili, dal 1927 al 1943 – cioè prima della caduta del fascismo e della resistenza armata - giudicò 5619 imputati di attività o opinioni antifasciste, ne condannò 4596, ne assolse 988, irrogò 27.735 anni di carcere, 3 ergastoli, 42 condanne a morte, di cui 31 eseguite . Inoltre: 8.000 internati, 15.000 confinati, 160.000 ammoniti.

Chiudo questa parte con una citazione non sospettabile, di valore generale, non riferita al solo periodo resistenziale. Il 10 marzo 1995, il generale Incisa di Camerana, Capo di Stato Maggiore, teneva a Torino una conferenza sul "nuovo modello di difesa". Alla fine, tra altre domande del pubblico, gli chiesi (domanda retorica) se, nella politica di difesa italiana, si consideravano anche forme nonarmate, di cui possiamo trovare nella storia molte testimonianze. Il generale ammetteva, con generosità per me sorprendente, che si danno nella storia «infiniti casi» di tale difesa (anche se subito, cogliendo l'occasione di quel dialogo con un "pacifista", partiva in una lunga filippica sugli obiettori di coscienza, della quale non è qui il luogo di discutere). Rimane da sapere, allora, perché chi studia e organizza la difesa non predispone né addestra la popolazione, in primo luogo gli obiettori all'esercito, alla difesa nonarmata.
Oggi si deve aggiungere che questo impegno è stabilito nell’art. 8 della legge 230 del 1998, che riformava l’obiezione di coscienza e il servizio civile sostitutivo. Con la sospensione della leva, scompare l’obiezione di coscienza al servizio militare, ma, dal 2004, in vista dell’attuazione di quella legge, è istituito presso l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, un Comitato di Consulenza per la difesa civile non armata e nonviolenta, del quale fanno parte anche diversi esponenti della cultura nonviolenta italiana.

1/2 La Resistenza civile nella evoluzione della storiografia della Resistenza italiana al nazifascismo

Le prime storie della Resistenza erano condizionate dal primato dell'azione militare, non cercavano o non riconoscevano nei fatti le realtà di resistenza civile o nonarmata. Questo perché generalmente mancava nella cultura il concetto stesso di resistenza civile.
Per esempio, Giorgio Bocca definisce «passiva» la resistenza nella città di Roma, eppure descrive diversi aspetti di una vasta noncollaborazione e boicottaggio pratico nei confronti dell'occupante; eppure scrive: «La città ha trovato subito una sua unità resistenziale dal basso; in pochi altri luoghi l'antifascista si sente meglio protetto dalla solidarietà collettiva»; eppure riporta una testimonianza che parla di «una immensa città che non obbedisce e che si nasconde», che non risponde alla lusinga di 200.000 lire di taglia posta dai tedeschi sugli autori degli attentati. Con tutto ciò, Bocca scrive che questo è «compatto, massiccio attesismo» perché «non è resistenza armata» .

In un dibattito avvenuto il 7 marzo 1995, su un importante libro di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone , Gian Enrico Rusconi osservava che oggi si sta spostando l'attenzione degli studiosi dalla resistenza armata a quella «civile, passiva, simbolica» (così l'ha chiamata, evitando il termine nonviolenta o nonarmata). Secondo Rusconi, questa resistenza «scivola nell'attendismo e nell'opportunismo». Le autrici del libro confutarono con decisione questo giudizio (non dissimile da quello di Giorgio Bocca), che però, devo dire, Rusconi modificò notevolmente in altri dibattiti.

C'è dunque un persistente filone storiografico più affermato e tradizionale, tributario all'idea che le svolte decisive della storia sono compiute dalla forza delle armi. E c'è un filone storiografico alternativo, non meno realistico e scientifico, più attento al ruolo di altre forze umane, non militari, non distruttive, che agiscono nelle grandi vicende e conflitti della storia. Questo secondo filone, ispirato alla cultura in senso largo nonviolenta, riconosce e valorizza l'azione nella storia di forze umane non armate, azione per lo più disconosciuta, non vista perché non guardata. Così, questo filone storiografico comincia a mostrare la possibilità di costruire per l'oggi strategie di soluzione non distruttiva dei conflitti.
Credo che la crescita di questo secondo filone sia dovuta al fatto che - pur in presenza di massicce realtà di guerra, rilegittimata nel 1991 con la Guerra del Golfo, col cosiddetto "nuovo ordine internazionale", e col Nuovo Modello di Difesa italiano, e proprio per la pesante orrenda presenza della guerra nel decennio orribile degli anni ’90 e della più terribile ancora “guerra infinita” che apre il 2000 - cresce pure la coscienza e la riflessione documentata sui limiti e le ambiguità della guerra e dei suoi risultati, anche quando essa potrebbe essere più giustificata, come è il caso della Resistenza. Questa coscienza, senza giudicare chi fece allora la scelta delle armi, cerca anzitutto nei fatti le possibilità di difesa e di liberazione che hanno anche azioni e lotte disarmate, condotte con la forza umana dell’unità, del rifiuto di ogni collaborazione, neppure passiva, alla violenza, e con la forza della solidarietà alle vittime.

Queste ricerche di storia delle lotte nonviolente crescono oggi in quantità e qualità, ma attendono ancora un pieno riconoscimento nella comunità scientifica degli storici. Crescono, sì, sebbene, passato il 50° della Liberazione, attorno al 1995, il ritmo della ricerca e della scrittura di questa “altra storia” sia rallentato, ma è ripreso negli anni successivi, in presenza delle nuove guerre degli anni a cavallo del 2000. Lo sgomento per lo stabilirsi imperiale della guerra metodica non riduce il pensiero della pace in difesa, al palo di partenza, al mero rifiuto di principio della guerra, necessario quanto mai, anche per le insensate proposte di “superare” l’art. 11 della Costituzione. È proprio la nuova grave emergenza che deve spingere la cultura di pace ad articolarsi nei suoi vari rami, a farli crescere e fruttificare. Uno di questi è la ricerca e la rivelazione delle realtà di lotte nonviolente nella storia, non nell’utopia.
Riguardo alla guerra partigiana, non basterebbe vedere i momenti in cui è diventata politica nelle piccole “zone liberate” (una quindicina, tra cui per breve tempo Alba, più a lungo l’Ossola, e altre), e ha, in un certo senso, trasformato le spade partigiane negli aratri dell’amministrazione civile, in mezzo alle difficoltà. Bisogna proprio indagare la componente nonarmata delle lotte di resistenza e liberazione, e non solo le azioni civili di appoggio alle azioni militari, ma le azioni dotate di una loro autonomia di concezione, di mezzi nonarmati o nonviolenti, di obiettivi propri, ovviamente entro il grande obiettivo comune alle lotte armate, cioè la liberazione dall’occupazione nazista e dal regime fascista.
L'importante e ampio saggio storico di Claudio Pavone sulla moralità nella Resistenza, uscito nel 1991 , non si dimostra sensibile alla ricerca che qui ci interessa. L'Autore trascura del tutto la figura di Aldo Capitini, che da lungo tempo aveva combattuto il fascismo con insolita profondità di motivi, ma non prese le armi; attraverso una citazione di una testimone ebrea, Pavone presenta un'idea del tutto inadeguata della nonviolenza come una posizione «metastorica» e irresponsabile .
E' perciò particolarmente interessante notare come lo stesso Claudio Pavone, presentando il numero della rivista Il Ponte dedicato al 50° della Resistenza, si soffermi sul saggio di Anna Bravo contenuto nello stesso fascicolo (corrispondente all'introduzione al libro di Bravo e Bruzzone citato), per rilevare il «valore euristico» del concetto di resistenza civile ivi proposto, che è «qualcosa di più ampio» della cosiddetta resistenza passiva, ma - come dice appunto Anna Bravo - una «pratica di lotta» con mezzi diversi dalle armi. Il concetto di resistenza civile vale dunque a superare la tendenza, rilevata da Claudio Dellavalle nello stesso fascicolo, ad adottare «il criterio militare come criterio prevalente».
Pavone scrive ancora: «La Resistenza civile rimane una forma di Resistenza. I suoi confini con l'esercizio della violenza, anche di quella più palesemente difensiva, non sono sempre sicuri. Sicura è invece la sua distanza da quella "zona grigia" in cui si ritrovano coloro che i resistenti bollavano come "attesisti"» .
Segnalo anche il libro di Antonio Parisella, Sopravvivere liberi. Riflessioni sulla storia della Resistenza a cinquant'anni dalla Liberazione, Gangemi editore, Roma 1997, pp. 160. L'Autore, in questa raccolta di saggi, valorizza la lotta nonarmata, definita «una scoperta del Cinquantenario», partita dalla cultura nonviolenta e finalmente entrata sotto l'attenzione degli storici. Parisella mostra come la lotta per la sopravvivenza fisica e ideale, lungi dall'essere "attendismo", è componente essenziale e basilare della Resistenza al nazifascismo come di ogni lotta di resistenza. La liberazione è il compimento della sopravvivenza, e questa è l'inizio della liberazione. Parisella cita Collotti e Klinkhammer: «Quando la resistenza civile assume forme collettive può avere una forza anche superiore a quella di un gesto armato». Si ricava l'immagine della resistenza nonarmata come un cerchio molto ampio, che comprende mille forme e modi autonomi, entro il quale sta il cerchio minore, per quanto importante, della resistenza armata; immagine che rovescia quella tradizionale tutta e solo armista.
È utile non confondere i termini "difesa civile", "difesa nonarmata", "difesa nonviolenta", per riservare quest'ultima qualifica alle lotte guidate da una scelta "persuasa" (Aldo Capitini), di principio, e non solo pragmatica o di necessità, dei mezzi di lotta diversi dalle armi che uccidono. Giuliano Pontara distingue infatti, opportunamente, nonviolenza pragmatica o negativa (metodi e tecniche) da nonviolenza dottrinale o positiva (teoria, concezione etico-politica, antropologica) .
L'impostazione di quel filone storiografico classico corrisponde alla definizione ristretta, di carattere "armista" o militarista, della qualità di partigiano, che fu data nel dopoguerra dall'apposita commissione istituita per legge presso il Ministero della Difesa. Su quella base si stabiliva una gerarchia tra partigiano (partecipante a tre azioni armate), patriota, benemerito. Anna Bravo, nella citata discussione, ha affermato che questa gerarchia è da rompere, sia perché i resistenti nonarmati (tra cui tantissime donne) sono stati determinanti per l'insieme della Resistenza, e non semplice supporto; sia per una ricostruzione dell'immagine nazionale che non si riduca a quella del cittadino armato, perché chi boicottava, chi assisteva ricercati, chi non collaborava, metteva a rischio la propria sicurezza ed era un vero resistente civile. Anna Maria Bruzzone, nella stessa occasione, ha detto: «Nel nostro libro abbiamo dato lo stesso valore a chi ha sparato e a chi ha nascosto in casa degli ebrei».
Eppure, nonostante i limiti "combattentistici" di quella prima idea storica della Resistenza, fatti di autentica resistenza civile compaiono anche in opere classiche di quel filone storiografico.
Per esempio, nella Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia, la cui prima edizione è del 1953, ho trovato ben descritti almeno due episodi tipici di efficace resistenza nonarmata degli operai in sciopero dello stabilimento Unione di Sesto San Giovanni nel novembre 1943 e della OTO di La Spezia nel marzo 1944 , i quali, col semplice coraggio fisico e la solidarietà compatta, sventano e frustrano la minaccia a mano armata dei tedeschi, arrivando a intimorire questi ultimi che, dai loro carri armati, lanciano agli operai delle sigarette. Roberto Battaglia interpreta queste azioni degli operai come preludio della lotta armata, senza vederne il carattere autonomo, di mezzi nonarmati di vera resistenza.
Ho assistito, in mezzo alla grande manifestazione del 25 aprile 2005 per il 60° della Liberazione, presente il Presidente Ciampi, in piazza del Duomo, a Milano, ad un momento significativo, che mi ha fatto grande piacere. Tra gli oratori, ha parlato anche Tina Anselmi, che fu partigiana da giovane, poi parlamentare e ministro. Ricordando l’ampio contributo delle donne alla Resistenza, Tina Anselmi ha detto: «Quella delle donne è stata detta la “Resistenza taciuta”, ed è stata resistenza largamente disarmata e nonviolenta». Forse pochi hanno colto che l’espressione “Resistenza taciuta” è il titolo del libro (vedi oltre) di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, ristampato in bella edizione nel 2003 da Bollati Boringhieri. Uscito nel 1976, da tempo questo libro molto ricercato era introvabile. Esso contiene il racconto vivo di dodici partigiane, di cui solo due usarono anche le armi. Le loro azioni assidue e coraggiose incarnavano in modo spontaneo i principali metodi classici della lotta nonviolenta. Alla sua uscita, questo lavoro inaugurava e avviava il filone di ricerca sulla Resistenza nonviolenta. È bello che, nel momento più solenne del 60°, una protagonista come Tina Anselmi ne abbia fatto presente il significato.
Il meritorio notiziario telematico quotidiano La nonviolenza è in cammino" (nbawac@tin.it), n. 877, del 23 marzo 2005, ha pubblicato la voce "Resistenza civile" stesa da Anna Bravo per il Dizionario della Resistenza, a cura di Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi, 2 voll., Einaudi, Torino 2000-2001.
La ricorrenza del 60° ha richiamato sui giornali l’attenzione alla Resistenza, in qualche caso anche alla sua componente nonviolenta. Su La Stampa del 6 aprile, Anna Bravo pubblica un articolo, Resistenza, l’inizio fu senza armi, in cui descrive soprattutto il salvataggio di migliaia di militari allo sbando, dopo l’8 settembre 1943, una delle forme di lotta su cui la storiografia colta e universitaria è ancora in ritardo, non per congiura del silenzio, ma per cecità. Su La Repubblica del 26 aprile 2005, la stessa Anna Bravo, a partire dall’esempio della Danimarca occupata dai nazisti tedeschi, parla poi anche della Resistenza nonviolenta in Italia, come realtà autonoma dalla lotta armata, indipendente da direttive politiche, praticata da moltissime donne. Nello stesso numero di quel quotidiano, lo storico Claudio Pavone, già citato, racconta le sue azioni da partigiano e i gravi rischi da lui corsi, e dice: «Non ho mai usato le armi. Poi mi sono chiesto se fosse stata una scelta corretta. Ora, lo confesso, non mi dispiace. Anche se sparare bisognava. Tanti compagni ne sono rimasti traumatizzati». Voglio ancora riferire, a questo proposito, una testimonianza personale. Nel 1994, in una piccola cerchia attorno al tavolo, al Centro Studi Gobetti, a Torino, in un dibattito con Aldo Bodrato, Pier Cesare Bori ed alcuni altri, Norberto Bobbio disse: «Mi sono pentito, durante la Resistenza, di non avere ucciso un tedesco. Ma so che se lo avessi fatto, poi mi sarei pentito di averlo fatto».
Il nodo è proprio l'uso delle armi omicide. Non è un problema moralistico: è che togliere la vita ad altri, anche per tragica necessità, deturpa la nostra umanità. «Chi mette mano alla spada perirà di spada» (Matteo 26,52) significa, ben prima che ricevere la ritorsione pari e contraria, la caduta della nostra qualità umana. Preservare la vita altrui nel conflitto è preservare la qualità della vita nostra e di tutti. Del resto, il senso della morale umana è questo.

2. Qualche vicenda esemplare

2/1 - Gli scioperi operai in Italia nel 1943 e 1944
Nota - Una precedente versione di questo testo, qui largamente riveduta, corretta e integrata con nuovi riscontri, è comparsa in appendice alla traduzione italiana del libro di Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler, Sonda, Torino 1993.

1. I fatti
Nella primavera del 1943 (sotto il regime fascista, ma non ancora sotto occupazione militare nazista), uno degli eventi italiani influenti in modo decisivo sul regime fascista e sull'andamento della guerra è il grande sciopero operaio nell'area industriale torinese, e soprattutto alla Fiat . Il regime fascista era riuscito a spoliticizzare anche la classe operaia torinese: su circa 21 mila operai della Fiat, solo 100 o 200 avevano, all'inizio del 1943, la tessera segreta del partito comunista . Questo piccolissimo nucleo riuscì a trascinare allo sciopero, per un'intera settimana, dall'8 al 13 marzo 1943, circa 90-100 mila operai torinesi e inoltre consistenti aliquote di operai di tre fabbriche milanesi (Pirelli, Borletti e Falck). «Il fatto notevole fu che allo sciopero tutti parteciparono: fascisti e non fascisti, persino quelli che facevano parte della milizia», scriverà nelle sue memorie il capo della polizia fascista, Carmine Senise, e il ministro delle Corporazioni dirà che in qualche caso i fascisti «fomentavano» gli scioperi .
Il successo dello sciopero viene spiegato con gli obiettivi non direttamente politici (che non sarebbero stati compresi dalla massa degli operai, molti dei quali facevano ancora credito di buone intenzioni a Mussolini, attribuendo i mali del paese a gerarchi corrotti), ma più vitali: migliori razioni alimentari, indennità di caro-vita, assistenza agli sfollati, nuove abitazioni per le famiglie senza tetto a causa dei bombardamenti, possibilità di lasciare le fabbriche e riunirsi ai familiari in caso di allarme aereo. In realtà, insieme a queste, erano ben presenti motivazioni politiche per la pace separata, contro la guerra e contro il fascismo , come risulta dai molti documenti pubblicati da Spriano . Tra questi una lettera di Farinacci (uno dei c.d. “ras” del fascismo) a Mussolini: «Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico ti dicono una menzogna» .
I sindacalisti fascisti finsero di condividere le richieste non politiche pur di far cessare lo sciopero e Mussolini promise di accoglierle, ma non poté mantenere le promesse a causa della guerra. Alle vecchie privazioni si aggiunsero repressioni poliziesche sugli scioperanti: centinaia di arresti a Torino e Milano e decine di denunce al Tribunale speciale. Tuttavia, si verificò anche il rifiuto di forze dell'ordine e truppa di sparare sugli scioperanti .
Ciò rendeva evidente la necessità della pace e l'impossibilità di raggiungerla sotto il fascismo. I comunisti, che avevano sostenuto questa tesi dall'inizio, acquistarono nuovo prestigio: il loro giornale clandestino L'Unità prese a circolare nelle fabbriche e centinaia di operai si iscrissero al partito. I comunisti «arrivarono a conquistarsi un vasto appoggio popolare e a mietere un grosso successo politico senza sacrificare una sola vita umana» .
Così, prima degli industriali, prima dei gerarchi del Gran Consiglio e prima del Re (autori, questi, del colpo di stato del 25 luglio, che destituì Mussolini, dopo lo sbarco alleato in Sicilia), gli operai italiani toglievano fiducia al fascismo, grazie ad una lotta condotta con l'arma nonviolenta dello sciopero, dimostratosi in grado di provocare e svelare la perdita di legittimità di un potere dittatoriale.
«Solo chi ignora che il regime fascista era stato costruito anche e soprattutto per impedire alle classi lavoratrici di organizzarsi e di lottare, può sottovalutare il significato politico del primo grande sciopero, dopo un ventennio, del proletariato di fabbrica in Italia» . Esso fu «dopo quello di Amsterdam del febbraio 1941 contro la deportazione degli ebrei, il primo atto di lotta aperta della classe operaia europea contro il fascismo» .
Come si vedrà tra poco dall'elenco pur incompleto di Semelin, lo sciopero torinese del 1943 non fu soltanto il secondo in Europa. E' importante, e non riduce il valore di questa lotta, vedere che essa rientra in una serie di azioni nonarmate difficili, ma possibili e praticate non senza efficacia, in tutta l'Europa occupata.
Sul carattere nonarmato dello sciopero politico del marzo 1943 merita registrare anche le seguenti osservazioni di Tim Mason: «Che si ricorresse a questa particolare forma di resistenza - e non a un'altra basata sullo scontro violento - si dovette in parte al fatto che le autorità fasciste non tentarono di soffocare gli scioperi dentro le fabbriche e non diedero l'ordine di sparare. (...) Mussolini (...) blaterava di far fucilare gli scioperanti, rimproverava ai subordinati la mancanza di polso, ma non diede l'ordine . Entro certi limiti - ristretti o ampi? - si può dire che i rispettivi margini di autorestrizione delle forze contrapposte vennero definiti, in un certo senso "negoziati", fin dalle primissime fasi del conflitto» . Il Partito comunista, specialmente l'organizzatore dello sciopero Clocchiatti, avrebbe voluto una manifestazione «di donne e giovani» in piazza Castello (la piazza più centrale di Torino), ma altri si opposero a quest'azione «semplicemente suicida», che non ci fu. Lo sciopero rimase interno alle fabbriche, per tacito accordo tra scioperanti e autorità .

2. Gli effetti sul potere nazista
Dopo i grandi eventi bellici e politici del 1943 e ormai sotto l'occupazione nazista, riprendono gli scioperi alla fine del '43. E' importante vedere i loro effetti nei confronti del potere nazista occupante, attraverso le reazioni di questo.
Anzitutto, le autorità militari tedesche in Italia cercano di ottenere una "volontaria" ripresa del lavoro minacciando ma non usando la forza armata, e di evitare l'intervento diretto di Berlino (Hitler aveva già trovato inconcepibile lo sciopero del marzo '43 e la debolezza del governo fascista) , perché hanno bisogno di una relativa "collaborazione" popolare per gestire l'occupazione e per ottenere la produzione militare dalle fabbriche italiane. Dopo gli scioperi del novembre 1943, il plenipotenziario Rahn si vanta con Berlino di averli sedati con un preciso piano d'azione, consistente in realtà in concessioni salariali limitate, imposte al governo di Mussolini, ma criticate duramente da altri comandanti tedeschi. A questo punto però, una nuova ondata di scioperi si verifica a Milano e dintorni il 12-13 dicembre. Tra i capi tedeschi, insieme all’atteggiamento più duro di alcuni - che arriva a prevedere la legge marziale, l'internamento in Germania di qualche migliaio di persone e, per espressa autorizzazione del Führer, la fucilazione dei comunisti, insieme al progetto di subordinare le aziende italiane alla Wehrmacht - si trova anche l'opposizione di altri a queste misure, per mantenere la necessaria collaborazione di imprenditori e operai italiani alla produzione militare. Ne risulta un'alternanza di minacce e promesse, secondo il metodo del bastone e della carota .
Questo è già un sintomo importante tanto del condizionamento che l'occupante subisce dalla sua stessa pretesa di occupare un paese, quanto delle possibilità che, per ciò stesso, la popolazione occupata ha di resistere con l'arma nonviolenta della noncollaborazione. L’occupante, anche violento, dipende in qualche misura dalla popolazione occupata. Questa necessità è la debolezza dell’occupante e la forza della resistenza nonarmata.
Gli scioperi di fine '43 ottengono miglioramenti salariali e alimentari, ma la protesta continua. In gennaio 1944 ci sono scioperi, con una componente politica sempre più forte, in Lombardia e a Genova, dove otto comunisti sono uccisi, condannati a morte da una corte marziale italiana . E' questo il più grave fatto di sangue della intera vicenda degli scioperi. Intanto, per effetto delle concessioni differenti tra le diverse zone e categorie e successivi complicati livellamenti, la produzione cala considerevolmente e ciò rappresenta un danno per i tedeschi occupanti, che ancora sono divisi sulle misure economiche e repressive da prendere.
Più dura è la reazione tedesca ai nuovi scioperi del febbraio: operai vengono deportati in Germania. Ma ciò non ferma il fenomeno: nel marzo 1944 un altro grande sciopero generale, il più grande della serie biennale, guidato dai comunisti, scoppiò nelle fabbriche del Nord Italia prolungandosi, completo e ininterrotto, dal 1° all'8 marzo 1944. Questo potente sciopero raccoglieva anche i frutti dei precedenti . Le rivendicazioni erano ora chiaramente politiche, con parole d'ordine quali «Via i tedeschi dall'Italia!» e «Pace subito!» . «Non si tratta soltanto di ottenere migliori condizioni economiche per la classe operaia (...), ma di andare ben più a fondo nella lotta contro il nazifascismo» . I comunisti puntavano sull'insurrezione generale. L'adesione allo sciopero andò dal 50 al 100%. Il numero complessivo degli scioperanti arrivò almeno a mezzo milione. I tedeschi ricorsero ancora alla serrata delle fabbriche, ma questa volta furono d'accordo per adottare misure di estrema durezza: centinaia di arresti, minacce di fucilazione, cento persone deportate in Germania da Torino. Ma, nei fatti, la reazione fu moderata rispetto alla politica di occupazione di altri paesi: non fu necessario l'uso delle armi .
Quando Hitler seppe, giudicò troppo blande queste misure e ordinò che il 20% degli scioperanti (pari ad almeno 70.000 uomini, se calcoliamo con molta prudenza che gli scioperanti fossero solo 350.000) fosse immediatamente deportato in Germania a disposizione delle SS per essere avviati al lavoro.
Il fatto veramente straordinario, e unico per un ordine di deportazione, fu che Rahn, plenipotenziario per l’occupazione militare tedesca in Italia, a proprio rischio, indusse Hitler a ritirare il suo ordine, col motivo che tale misura sarebbe stata molto controproducente: una gran parte di quei 70.000 uomini sarebbero passati alle bande partigiane, e la produzione industriale ne sarebbe stata enormemente danneggiata .
Hitler, dunque, cede a Rahn, ma indirettamente cede agli operai scioperanti e alla loro avversione ai tedeschi, subisce il coordinamento fra gli scioperi degli operai e l'azione dei partigiani, patisce la debolezza dell’occupante.
Le conseguenze per gli operai furono in definitiva modeste: probabilmente 1.200 (il numero esatto non è certo) deportati in Germania. Dura la sorte di queste vittime, ma enormemente minore il loro numero rispetto alla prima volontà di Hitler. Questa misura fu efficace ai fini degli occupanti, perché bloccò gli scioperi fino all'aprile 1945, al momento dell'insurrezione finale . Ma è pure significativa delle possibilità di condizionamento di un potere militare come quello nazista, da parte di un'azione noanrmata di massa: dai 70.000 deportati voluti da Hitler ai 1.200, lo 0,5% invece del 20%; da un ordine furioso di Hitler al caso unico di un ritiro della volontà del dittatore in materia di deportazione.
Lo sciopero non ebbe risultati economici, non divenne insurrezione generale, ma fu un grande segnale politico. Il suo vero significato «fu di aver messo in evidenza in Italia e all'estero il forte radicamento delle forze antifasciste, di aver dimostrato la forza del Partito comunista e di aver rafforzato lo spirito di opposizione della classe operaia» .
Ragionieri parla brevemente di questo sciopero del marzo '44 in una sola pagina, salvo mio errore, ma fa un'affermazione significativa in ordine al carattere non solo armato della Resistenza: «in questo intreccio di scioperi e guerriglia, di azione militare e rivendicazioni sociali risiede il tratto peculiare e distintivo della Resistenza italiana» . Battaglia riferisce episodi di resistenza nonarmata opposta da operai anche molto giovani alla repressione che esercitava una diretta minaccia armata, alla Oto di La Spezia e alla Ducati di Bologna .
Lutz Klinkhammer, in un convegno sulla Resistenza nonarmata, giudica questa mobilitazione antifascista delle masse operaie «presagio di una massiccia resistenza civile senz'armi» . Questo principale studioso dell'occupazione tedesca in Italia sottolinea il valore politico di questa forma nonarmata di resistenza: «Come dimostrazione politica, lo sciopero generale ebbe una grandissima importanza. Fu la più grande protesta di massa con la quale dovette confrontarsi la potenza occupante: attuata dimostrativamente senza aiuti dall'esterno, senza armi ma con grande energia e sacrifici. E non fu soltanto (assieme a quello dell'anno precedente) il più importante sciopero in Italia dopo vent'anni di dominio fascista, fu anche il più grande sciopero generale compiuto nell'Europa occupata dai nazionalsocialisti» .
.

3. La valutazione dei fatti
Questa valutazione di Klinkhammer corregge quella ripetuta per anni da diversi storici italiani, cioè che lo sciopero italiano del '44 sarebbe stato «l'unico grande sciopero dell'industria nell'Europa occupata dai nazisti» . E' un giudizio che non rende giustizia all'intera resistenza nonarmata europea. Non si riduce l'importanza dello sciopero italiano se si ricorda che non fu l'unico nell'Europa sotto dominio nazista.
Jacques Semelin, col libro Senz'armi di fronte a Hitler, raccogliendo ed analizzando le forme sociali di lotta nonarmata al nazismo, ci dà nello stesso tempo la più completa storia che abbiamo finora di tali azioni. Egli ricorda i seguenti scioperi: Paesi Bassi 25-26 febbraio 1941, Belgio 10-20 maggio 1941, Francia 27 maggio-9 giugno 1941, Lussemburgo 31 agosto-4 settembre 1942, Francia ottobre-novembre 1942, Danimarca agosto 1943, Paesi Bassi aprile-maggio 1943 .
Per Semelin, lo sciopero francese del 1941 fu «il più importante movimento di massa della Francia occupata» e «il primo che abbia messo in questione il principio dell'occupazione». Vi parteciparono circa 100.000 minatori, pari all'80%. Dello sciopero nei Paesi Bassi del 1943, Semelin scrive che fu «senza dubbio il più grande sciopero della storia dell'occupazione nazista in Europa, perché si stima che vi presero parte circa mezzo milione di persone» . Ma questa è la valutazione minima del numero degli scioperanti italiani del 1944 . Dunque, lo sciopero italiano del 1944 fu più grande di quello dei Paesi Bassi del 1943 e quindi il più grande in assoluto sotto occupazione nazista. Non l'unico, dunque, ma il più importante, si deve giustamente dire dello sciopero italiano del 1944, come ben riconosce Klinkhammer.
D'altra parte, Semelin ricorda soltanto in una nota gli scioperi nell'Italia del Nord, «anch'essi talvolta massicci», ma si riferisce esclusivamente ai «grandi scioperi insurrezionali combinati con azioni di guerriglia urbana» , cioè alla disfatta finale degli occupanti nazisti. Dunque non tiene conto di quelli delle due primavere 1943 e 1944, di cui abbiamo rilevato l'importanza. Bisogna riconoscere che il secondo, il più importante, è oltre il periodo storico 1939-1943 a cui si limita il lavoro di Semelin, il quale però, come ha ricordato gli scioperi del 1945, poteva registrare questo del 1944.
Insomma, diversi storici italiani ignorando gli altri scioperi nell'Europa occupata, Semelin trascurando quelli italiani, testimoniano che l'informazione degli storici sulla resistenza nonviolenta al regime nazista è ancora parziale, persino quando, come Semelin, vi si dedicano specificamente e meritoriamente. C'è ancora da scavare nella miniera delle lotte nonviolente di tutti i tempi, trascurate dalla storiografia più affermata. In particolare sulla Resistenza, è importante che, fin quando possiamo raccogliere memorie e documentazione, lavoriamo anche a livello locale, per dimostrare storicamente la possibilità della difesa e liberazione da un dominio violento senza necessità di violenza: una possibilità che non significa facilità, ma che è incrementabile, per ridurre nei rapporti umani la vergogna e il dolore della violenza.

2/2 – La Resistenza taciuta, quella delle donne
In un dibattito sul libro La Resistenza taciuta, Dodici vite di partigiane piemontesi, di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, Bollati Boringhieri, Torino, 2003 (dibattito riferito in LN – Libri Nuovi, via Ormea 69, 10125 Torino, n. 30, giugno 2004; edizione@librinuovi.info ; coopstudi@inwiind.it ), Angela Dogliotti individua le tecniche nonviolente attuate da quelle partigiane: non-collaborazione (rifiuto di obbedire a varie pratiche imposte dal regime); azioni di difesa civile, con molte forme di protezione della popolazione; azioni dirette di resistenza contro la guerra e l’occupazione nazista (scioperi, manifestazioni di protesta, stampa clandestina, propaganda nei mercati, commemorazioni ai funerali di vittime); depotenziamento della capacità offensiva dell’avversario (parlare ai soldati e alle guardie fasciste demotivandoli; fraternizzazione col nemico, messo in crisi trattandolo come essere umano col quale si ragiona; azioni di disarmo materiale dei nemici; spionaggio; inviti alla diserzione con volantini).

2/3 – Resistenza non armata nella Bergamasca 1943-1945
(dal fascicolo di Stefano Piziali con questo titolo, edito da Eirene, Centro Studi per la Pace, Bergamo, e Mir, Padova, 1984)
Piziali, tra l’altro, riferisce la testimonianza di Sir Liddell Hart, uno dei maggiori strateghi inglesi: «Interrogando alcuni generali tedeschi, dopo la seconda guerra mondiale, ho avuto l’occasione di raccogliere le loro impressioni sull’effetto delle diverse forme di resistenza che avevano incontrato nei paesi occupati. (…) La loro testimonianza mostrava anche l’efficacia della resistenza nonviolenta. Appariva ancora più chiaramente che essi non erano capaci di affrontarla. Erano degli esperti della violenza, preparati ad affrontare avversari che utilizzassero la violenza. Di fronte ad altre forme di resistenza, essi si trovavano sconcertati, e questo quanto più i mezzi impiegati acquisivano un carattere sottile e nascosto. Si sentivano più a loro agio quando vedevano la resistenza diventare violenta e in modo particolare quando la resistenza non armata si congiungeva alla guerriglia; allora era assai più facile per loro intraprendere una spietata repressione e colpire le due forme di lotta contemporaneamente» (p. 15, da Sir Liddell Hart. The Strategy of Civilian Defense, London, Faber and Faber, 1967, p. 205; traduzione italiana: Guerriglia e resistenza nonviolenta, Napoli, IPRI-LOC-MIR, 1978, pp. 15-16).
È interessante anche un’affermazione del grande storico cattolico-liberale, Arturo Carlo Jemolo, sebbene descriva più la resistenza passiva che la nonviolenza attiva: «La resistenza non si identifica con l’insurrezione; nella resistenza abbondano uomini non fatti per il combattimento con i fucili e con le bombe, che saprebbero stringere i denti e morire nel posto dal quale non ci si deve muovere, ma che non sarebbero idonei all’assalto che sgomina il nemico; uomini il cui compito è essenzialmente l’esempio del coraggio non clamoroso, ma costante, senza intermittenze, della opposizione non violenta, ma tenace, del fare il vuoto attorno al fascismo. Nella insurrezione c’è sicuramente il fiore della resistenza, ciò che assurge al sacrificio della vita, ma ci sono anche alcune scorie, come il coraggio a tutta prova che non ha dietro di sé l’impalcatura di salde convinzioni, che ama il combattimento per il combattimento, il gesto eroico per se stesso, e può essere indotto a dimenticare i limiti umanitari che, anche nella più dura delle guerre, leggi superiori impongono» (p. 22, citato da Giuseppe Belotti, I cattolici di Bergamo nella resistenza, vol. I, Bergamo, Minerva Italica, 1978, p. 29).
L’autore del fascicolo raccoglie numerosi fatti sotto alcune maggiori categorie.
La “resistenza assistenziale” comprende, dopo l’8 settembre, la fornitura di riparo e abiti civili agli sbandati dell’esercito regio, l’aiuto ad almeno 2.500 prigionieri alleati fuggiti da un campo di concentramento fascista e la copertura, da parte di oratori, parrocchie, operai della Dalmine e Falck, della loro fuga in Svizzera (per 300 prigionieri jugoslavi l’avviamento alla frontiera jugoslava); tutto ciò nonostante i proclami con gravi minacce e la promessa di premi in denaro a chi consegnava i prigionieri. Tale resistenza comprende anche la difesa di fascisti epurati da eccessi nelle reazioni contro di loro, e comprende naturalmente l’aiuto ai partigiani.
Piziali considera “Resistenza non armata” gli scioperi, i sabotaggi nelle fabbriche e nelle comunicazioni, la protezione degli impianti.
“Azioni simboliche” l’autore chiama atti come sottoscrizioni per le famiglie dei perseguitati, segnali di protesta per l’invasione della Polonia, scritte e sfregi continui al monumento del duce, persino manifestazioni pubbliche di protesta, come la celebrazione con significato antitedesco del 4 novembre 1943 da parte di una gran folla per lo più formata da donne. Erano azioni rischiose, che costarono anche processi e pesanti condanne. Numerosi parroci furono arrestati per avere difesa dal pulpito i partigiani o criticato l’ideologia nazifascista, non sempre seriamente difesi dalla gerarchia ecclesiastica. Ci furono anche due persone «denunciate per canti sovversivi». Queste certamente sono azioni non risolutive, ma decisive nel tenere alto il morale della resistenza.
A questo fine, insieme al fine politico e ideale, fu importantissima la “stampa clandestina”. A Bergamo uscivano due giornali illegali: Bergamo proletaria e Italiani che si liberano. A Milano si stampavano alla macchia oltre dieci giornali di tutte le posizioni politiche della Resistenza, che venivano diffusi capillarmente, ad alto rischio, fino nei più piccoli paesi, ad opera di una rete in cui accadeva che gli operai comunisti diffondessero anche la stampa del Partito d’Azione. Alcune informazioni venivano addirittura da infiltrati negli uffici e comandi nazifascisti. L’autore dell’opuscolo ritiene che i risultati in termini di propaganda e di formazione politica di questo grande sforzo siano stati modesti, ma osserva che «l’impegno profuso dagli attivisti per mantenere i rapporti a mezzo stampa tra i vari gruppi e l’avere spostato i parametri della lotta anche su terreni civili e democratici valgono già di per sé come contributi decisivi, non meno della lotta armata, per la liberazione dal nazifascismo» (p. 69). Scritte murali, cartelli affissi nottetempo, diffusione di foto degli eccidi nazifascisti, erano altri mezzi di questa azione.

2/4 – Resistenza nonviolenta a Forlì
(dal fascicolo di Raffaele Barbiero con questo titolo, Edizioni La Meridiana, Molfetta 1992)
Dopo avere descritto il contesto sociale e civile forlivese, che vide vivaci fermenti democratici già prima del fascismo, Barbiero analizza metodi e tecniche della resistenza nonviolenta:
- boicottaggio sociale e psicologico, che abbassa il morale personale degli occupanti, privati di ogni rapporto umano; boicottaggio economico; boicottaggio del ricostituito esercito fascista (la grande maggioranza dei giovani non rispose ai 17 bandi di chiamata alle armi, e molti di quanti risposero disertarono successivamente); boicottaggio del lavoro, che fece dire all’amareggiato Militärkommandantur di Bologna: «Gli italiani non desiderano la vittoria del Reich».
- sabotaggio, cioè centinaia di casi di danneggiamento di attrezzature e strutture legate all’attività bellica: interruzione di linee di comunicazione, sconvolgimento della segnaletica stradale, deturpamento dei bandi affissi, falsificazione di timbri e tessere, macchine industriali smontate e nascoste per sottrarle ai tedeschi, sabotaggio delle trebbiatrici (sostituite da trebbiatura rudimentale, per impedire il prelievo del grano), sabotaggio delle difese antiaeree tedesche. Tutte queste azioni facevano reagire duramente tedeschi e fascisti.
- scioperi e manifestazioni: oltre 15 a Forlì dal marzo 1943 (in unione al primo grande sciopero del nord Italia) alla liberazione (9 novembre 1944). In Emilia-Romagna, nei 600 giorni di occupazione tedesca, si ebbero 171 giornate di scioperi operai e contadini, o manifestazioni di protesta. Quindi, ogni tre giorni di occupazione uno fu di protesta popolare (171 x 4 = 614) e ciò impegnava continuamente ingenti forze dei nazifascisti nel tentativo di bloccarla.
- comunicazione e propaganda: oltre i mezzi già noti, l’ascolto di radio Londra, la distribuzione di volantini (a Forlì 400 volantini in 468 giorni, quasi uno al giorno, in 3.000 copie ciascuno, che significa un milione e 200.000 copie) che incitavano a disertare, boicottare, sabotare, scioperare, aiutare i partigiani. Alcuni, in tedesco, esortavano i soldati germanici a rivoltarsi contro Hitler e tornare a casa. Altri chiedevano ai militi fascisti di disertare, come fecero varie decine di loro. La stampa clandestina a Forlì produsse 14 periodici, di varie posizioni, di vita più breve o più lunga. Molte anche le canzoni e poesie diffuse.
- azioni di sostegno alla Resistenza e ai resistenti.
Nella parte finale del suo lavoro, Raffaele Barbiero valuta l’efficacia e i limiti di queste tecniche nonviolente: «La resistenza partigiana fu caratterizzata prevalentemente dalla guerriglia e quindi dal ricorso alla violenza. Le azioni nonviolente, che teoricamente potrebbero essere riconducibili ad un sistema di DPN (difesa popolare nonviolenta), furono però solo di supporto al dispiegarsi della strategia legata alla guerriglia. Il movimento resistenziale non pose mai come primo obiettivo quello di realizzare una resistenza nonviolenta, per cui non investì grosse energie in questa direzione. Tuttavia, l’importanza assunta dalle azioni e dalle metodologie nonviolente fu notevole e permise ai partigiani la sopravvivenza e la possibilità di creare problemi agli occupanti tedeschi» (p. 64).
Se è difficile valutare con esattezza l’apporto specifico delle tecniche nonviolente nel complesso della lotta di liberazione, è certo almeno che «esse costituirono per la maggioranza della popolazione l’unico mezzo effettivo e concreto per manifestare il proprio dissenso al regime» e incisero sul morale e sull’efficienza dei nazifascisti. Di contro, le azioni armate dei partigiani, a volte, con uccisioni isolate, senza moventi strategici chiari, provocavano rappresaglie sulla popolazione, che imprecava contro di loro. «L’abitudine alla violenza ‘brutalizza’ chi la usa e talvolta rende insensibili alla sofferenza che sempre un atto violento procura ad altri» (pp. 68-69). Personalmente, posso testimoniare anch’io questo effetto sulla Resistenza armata, che non ne toglie affatto le grandi ragioni e diritti, ma ne rappresenta un’ombra, ciò che ci deve spingere a sviluppare cultura e capacità di lotta nonviolenta contro ogni violenza.

3. Dalla storia alla strategia

Naturalmente, passando dalla storia alla strategia, ci si deve chiedere se i mezzi nonviolenti sarebbero sufficienti a far cadere, e non solo a bloccare in un singolo atto o periodo o luogo, un regime violento come quello nazista. Nel cercare una risposta, bisognerà considerare che singoli ma numerosi episodi di resistenza nonarmata efficace in condizioni molto difficili, quali furono in grado massimo quelle imposte dal dominio nazista, suggeriscono che molte ulteriori possibilità latenti possono essere sviluppate se questi metodi vengono scelti a preferenza di quelli armati (più dolorosi e costosi per le popolazioni in termini fisici immediati e in prolungate conseguenze morali e politiche), se vengono studiati e sperimentati per tempo, in modo da costituire una cultura della difesa e una strategia nonviolente, strutturate almeno quanto lo sono finora la difesa e la strategia militari.
E bisognerà pure ricordare che regimi autoritari e violenti sono stati prima erosi e poi rovesciati, senza uso di violenza, proprio nella storia recente, e particolarmente nel mirabile 1989, dalla crescita di cultura, di coscienza autonoma e quindi dal rifiuto del consenso popolare a quei regimi . Certamente, ciò si è verificato in concorso con circostanze favorevoli che hanno indebolito tali regimi. Ma, anzitutto, nelle vicende storiche, tutto è sempre condizionato dalle circostanze. Poi, tra le condizioni, va riconosciuto un posto primario alla cultura e coscienza politica, dalla cui qualità e orientamento dipendono anche gli effetti dei fattori materiali (così come dalla loro debolezza deriva spesso la precarietà di certe sofferte conquiste).
La cultura della resistenza nonarmata ad ogni potere prevaricante, esterno o interno ad un paese, è il mezzo più sicuro e continuativo di difesa dei diritti umani, tra cui è supremo il diritto alla pace, cioè anzitutto alla vita. Questo è vero persino nelle circostanze più sfavorevoli, come possiamo leggere nella storia, indagata con sguardo libero e nuovo.

** ** **

PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies