Albert, il bollettino pacifista

Gaza, Libano, memoria: tre fronti della stessa guerra

Il dottor Abu Safiya è detenuto da oltre 500 giorni insieme ad altri 14 medici palestinesi senza accuse né processo. In Libano, il cessate il fuoco appena firmato è stato violato in pochi minuti. Un’operazione segreta dell’UNRWA è riuscita a mettere in salvo milioni di documenti storici palestinesi.
18 maggio 2026
Redazione PeaceLink

Albert, pacifist bulletin

L'accanimento israeliano contro i medici palestinesi

Israele prosegue con il suo sistematico smantellamento del sistema sanitario palestinese. Il dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya, è detenuto da oltre 500 giorni in una prigione israeliana. Secondo il direttore del Dipartimento per i detenuti di Physicians for Human Rights Israel, Abu Safiya ha perso 20 chili in una “struttura di tortura”.

Insieme a lui, altri 14 medici palestinesi sono detenuti senza alcuna accusa né processo, in violazione di ogni principio del diritto internazionale. La loro colpa? Aver curato i malati sotto le bombe e non aver abbandonato i pazienti. Quando l’esercito israeliano fece irruzione nel suo ospedale il 27 dicembre 2024, Abu Safiya fu visto per l’ultima volta in camice bianco tra le macerie.

In più di due anni di guerra genocida, circa 400 operatori sanitari sono stati arrestati da Israele. Amnesty International ha documentato come Abu Safiya abbia subito tortura, fratture alle costole e isolamento di mesi. Il fratello ha dichiarato: “Tutti i crimini inflitti dall’occupazione erano solo perché si è rifiutato di lasciare l’ospedale e i pazienti”.

Libano: cessate il fuoco firmato e subito violato

Non c’è tregua che tenga. Israele ha firmato il rinnovo del cessate il fuoco con il Libano e contemporaneamente ha bombardato oltre 100 obiettivi in 10 minuti, usando 50 caccia e sganciando 160 bombe.

L’accordo di tregua, mediato dagli Stati Uniti e allungato di 45 giorni, è stato violato fin dal primo minuto. Secondo il ministero della Salute libanese, dal novembre 2024 ci sono stati 331 morti e 945 feriti a causa dei raid israeliani, di cui almeno 127 civili. Gli ultimi raid hanno colpito Nabatieh, Tiro e Sidone, causando 18 morti solo in una giornata.

Il segretario generale dell’ONU ha definito gli attacchi un “grave pericolo” per la fragile tregua, mentre l’UNIFIL ha denunciato il “più grave attacco” alle sue forze dal cessate il fuoco, con bombe esplose a soli 20 metri dai caschi blu.

Tel Aviv ha stabilito una “zona cuscinetto” di 10 chilometri al confine, occupando militarmente il sud del Libano e riservandosi il diritto di attaccare ovunque e in qualsiasi momento. Nel frattempo, Hezbollah – che inizialmente aveva deposto le armi – le ha riprese, e il ciclo di violenza si autoalimenta senza fine.

Salvare la memoria dal genocidio

In un’operazione durata dieci mesi e rimasta segreta fino a oggi, decine di funzionari UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) hanno salvato milioni di documenti. L’archivio, che include schede originali di registrazione dei rifugiati risalenti alla Nakba del 1948, certificati di nascita, matrimonio e morte che abbracciano generazioni di famiglie palestinesi, rischiava di essere distrutto o sequestrato dall’esercito israeliano.

“La distruzione di questi documenti sarebbe stata catastrofica”, ha dichiarato Roger Heearn, alto funzionario dell’UNRWA che ha supervisionato l’operazione. “Se mai ci sarà una soluzione giusta e duratura a questo conflitto, questa è l’unica prova che la gente può usare per dimostrare che c’erano palestinesi che vivevano in un certo luogo”.

Gli operatori umanitari hanno rischiato la vita mentre le bombe cadevano.

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