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Il nuovo anno petrolifero lucano

La maledizione del petrolio si abbatte sulla Basilicata. Dopo la bufera sulle tangenti lucane ciò che resta è il danno ambientale. Chi paga le conseguenze?
26 febbraio 2009 - Stefano De Pace

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Esultano gli avvocati della Total Italia: «È importante il riconoscimento dell’inconsistenza dell’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione».

L’amministratore di Total Italia, Lionel Levha, era stato infatti arrestato nell’ambito di un’inchiesta della procura di Potenza per tangenti sugli appalti per l’estrazione di petrolio. Inchiesta che aveva coinvolto il deputato Margiotta e persino il presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo.


La posizione di De Filippo è stata definita «marginale» dagli investigatori. Il presidente non è in alcun modo coinvolto in irregolarità negli appalti o in movimenti di denaro, il suo nome non compare neppure negli atti depositati a Montecitorio dalla magistratura di Potenza. L’iscrizione nel registro degli indagati riguarderebbe ipotesi di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto.

Ma quali segreti avvolgono questa regione? Quanto la produzione di petrolio in Val D’Agri, attualmente a circa il 6 per cento del fabbisogno nazionale, ha aiutato le popolazioni locali?

Ad oggi circa due terzi della Basilicata sono interessati da istanze di compagnie petrolifere, sia per concessioni alla coltivazione di idrocarburi che per permessi di ricerca. La regione meridionale è la principale fonte di approvvigionamento di greggio in Italia soprattutto con un programma di coltivazioni idrocarburi già attivo in Val d’Agri ad opera dell’Eni.

Il nuovo anno petrolifero lucano è cominciato con nuove domande di ricerca di idrocarburi, come testimonia la richiesta della Total denominata Tempa la Petrolla per estrazioni petrolifere nei territori dei comuni di Senise, Sant’Arcangelo, Missanello, Chiaromonte sino ad arrivare in aree della provincia di Matera.

Alla richiesta di esprimere un parere sulla questione Pietro Dommarco, presidente della Ola, Organizzazione Lucana Ambientalista, esordisce: «L’inchiesta, oltre ad acuire una crisi istituzionale già in atto e a svelare l’altra faccia dell’affare petrolio, potrebbe distogliere l’attenzione sociale su uno dei maggiori mali che attanagliano Basilicata».

«L’industrializzazione degli anni sessanta e settanta del secolo scorso – continua Dommarco – ha lasciato solo macerie fisiche e sociali oltre a un territorio inquinato, e nessuno è in grado oggi di indicare i modi e i tempi della bonifica. La crisi economica, la disoccupazione, l’emigrazione in Basilicata sembra siano state ‘incentivate’ dalla presenza di questi grossi giacimenti di petrolio. È previsto che il loro peso cresca ancora nei prossimi 3-4 anni per poi calare progressivamente, fino ad esaurire il sito che ha unificato le due concessioni Volturino e Grumento Nova».

Pietro è arrabbiato: «Non si può tacere sulla gestione poco accorta di questi anni, sulle devastazioni e sulle svendite territoriali, sui piatti di lenticchie e sui rischi per la salute dei cittadini. Inoltre, crediamo poco in chi oggi – in maniera tardiva – usa la clava populista fondata sull’ipotesi di complotto contro la Basilicata e tace anni di connivenze con le lobby e le multinazionali del petrolio, proponendo moratorie petrolifere che seppur condivisibili non possono oscurare precise responsabilità politiche».

Il Pd lucano aveva infatti proposto, nel pieno della tangentopoli lucana, una moratoria sull’estrazione petrolifera con un emendamento alla finanziaria regionale. Sospendere per cinque anni le autorizzazioni concesse per le estrazioni petrolifere e vietare ogni attività di ricerca e perforazione di nuovi giacimenti.
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Sul problema dei monitoraggi la Ola ha fatto una grande battaglia: «Il problema dei mancati monitoraggi ambientali non può essere trascurato. Lo scorso 3 settembre la nostra organizzazione – afferma Dommarco – con una lettera ai Ministeri dell’Ambiente e dei Beni Culturali, ha chiesto una verifica urgente delle prescrizioni ambientali per il Centro Oli Eni Val d’Agri, contenute nel Decreto Legislativo congiunto del 5 febbraio 1999, perché non risultavano essere stati monitorati tutti i parametri degli inquinanti indicati, come ad esempio il benzene e gli Ipa».

I ministri non hanno risposto e Pietro Dommarco ha pensato di inviare la stessa segnalazione al Commissario ambiente dell’Unione europea, Stavros Dimas, il quale, sollecitato da un’interrogazione urgente al Parlamento europeo di Salvatore Tatarella, ha inviato una risposta che gli ambientalisti della Ola giudicano insoddisfacente.

«Una risposta davvero piena di incongruenze – dice Dommarco – circa l’assenza dei parametri europei per le emissioni di H2S (Idrogeno Solforato) che possono essere presi come riferimento dagli Stati membri. Ci chiediamo quali siano le dosi ottimali, considerando che quelle presenti nella normativa italiana sono state giudicate dannose dagli Stati uniti. Non è forse opportuno che il Commissario risolva questa grave lacuna che avvantaggia l’industria e danneggia i cittadini?».

Il Commissario Dimas, nella risposta data all’interrogazione dell’eurodeputato. Tatarella, cita il sito web della Regione Basilicata, che riporterebbe i dati del monitoraggio ambientale. Però, basta aprire il portale istituzionale per accorgersi che mancano proprio i dati degli inquinanti più pericolosi come il benzene e l’H2S.

Dommarco spiega: «C’è da dire che i dati della Regione Basilicata relativi agli anni di riferimento 2006 e 2007 non sono stati ancora comunicati. La nostra organizzazione li ha più volte chiesti pubblicamente, ma né la Regione Basilicata né l’Arpab hanno provveduto ad informare i cittadini. Possibile che il Commissario, o gli Uffici di competenza dell’Unione europea, non abbiano verificato la presenza o meno dei monitoraggi ambientali sull’attività petrolifera, anche in base alle normativa europee di accesso e divulgazione dei dati ambientali?».

Nella provincia di Potenza, per la costruzione degli oleodotti sono stati necessari sbancamenti di oltre 24 mila metri quadrati che in buona parte interessavano terreni di aziende agricole, aziende agrituristiche bio-ecologiche. L’Eni vorrebbe inoltre espropriare terreni ad un’azienda che si occupa dell’imbottigliamento e la commercializzazione di un’ottima acqua minerale che sgorga a 1300 metri sul livello del mare. La multinazionale vorrebbe sventrare la montagna e seppellire con il suo oleodotto non solo la sorgente d’acqua minerale ma anche una straordinaria opportunità di occupazione legata alla montagna.

Filippo Massaro è il Presidente del Csail – Comitato per lo Sviluppo delle Aree interne Lucane – fondato da oltre 10 anni con l’adesione di migliaia di cittadini lucani: «Quello lucano è il più grande giacimento dell’Europa continentale, il sesto a livello mondiale e pur rappresentando per l’Eni una vera risorsa, per noi lucani rappresenta invece una paura costante – afferma Massaro – Il motivo per cui l’Eni è venuta a estrarre qui è perché la popolazione lucana non si ribella. Qui tutti sanno che contrapporsi all’Eni è molto difficile. Significa fare una battaglia solitaria. L’Eni è un corpo estraneo nella cultura e nella tradizione della Lucania».

È arrabbiato Filippo Massaro: «Sono anni che combattiamo contro le multinazionali del petrolio, il Presidente De Filippo dice che la Basilicata è diventata la ‘Regione jolly’ del meridione, aiutiamo la Campania per l’emergenza rifiuti, la Puglia per l’emergenza acqua, le scorie nucleari di Scanzano, ma le nostre emergenze chi le risolverà?».

In realtà un osservatorio ambientale è stato realizzato dall’Eni. «L’ubicazione più naturale sarebbe stata nei pressi del centro oli di Viggiano – afferma Massaro – e non a Marsiconuovo; le centraline non sono efficienti, né l’Arpab ha mai diffuso un indagine scientifica sufficiente».

«Basti pensare che i responsabili del Centro Oli di Viggiano hanno sempre assicurato gli agricoltori che le loro attività non avrebbero provocato alcun danno. Ma dopo il primo raccolto di grappoli d’uva oleosi e maleodoranti e di mele annerite, gli agricoltori hanno dovuto abbandonare la coltivazione».

È rammaricato Massaro: «La valle in teoria è diventata un parco naturale, ma i suoi confini sono ‘mobili’, si spostano in caso di scoperta di un pozzo. La concessione Tempa La Petrolla infatti entra in territori come quelli degli invasi del Purtusillo e di Monte Cotugno che dovrebbero essere salvaguardati e tutelati se si vuole realmente attirare turisti e visitatori del Parco. Quando il petrolio finirà e avremo abbandonato i meleti, gli scavi archeologici e piste da sci, cosa ne sarà della Basilicata? Il paesaggio è davvero splendido ma la Lucania che commosse De Gasperi sembra ormai lontanissima».

«La Val d’Agri e l’area meridionale della provincia di Potenza non sono in grado di sopportare il peso di nuove attività petrolifere e quindi di subire nuove conseguenze pesanti che condizionerebbero ulteriormente i progetti e i programmi di eco-sviluppo – continua Massaro – Bisogna prima chiudere con Eni e Total le concessioni tuttora aperte e ottenere vantaggi diretti per le popolazioni della Val d’Agri e del Sauro, oltre a più ampie garanzie rispetto all’impatto su ambiente e salute dei cittadini e poi – a parere di Massaro – imporre la moratoria sulla ricerca di petrolio».

Il petrolio in Basilicata, invece, verrà estratto fino all’ultima goccia. Nessuno sembra vigilare davvero sulla coltivazione degli idrocarburi, né su come ridurre i danni, su come utilizzare i fondi delle royalties che i comuni non riescono a spendere, su come bonificare l’area tra meno di 10 anni, e su come produrre benessere senza devastare l’ambiente. Tutto ciò mentre le autobotti continuano pericolosamente a percorrere ed uscire di strada con il loro carico inquinante lungo le strade tortuose dell’oro nero.

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