Il libro fu scritto da Carlo Gubitosa, Enrico Marcandalli e Alessandro Marescotti

Trent'anni di "Telematica per la pace"

E' ancora disponibile online e racconta le origini della telematica pacifista. Rappresenta un vero e proprio manifesto operativo di mediattivismo per iniziative di pace, ecologia e cooperazione internazionale.
21 giugno 2026
Redazione PeaceLink
C'è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che Telematica per la pace, pubblicato da Apogeo nel 1996, sia oggi disponibile in libera condivisione sul sito di PeaceLink in formato PDF: https://www.peacelink.it/peacelink/telematica-per-la-pace
 
È come se il libro avesse sempre saputo dove sarebbe finito: nelle mani di chiunque ne avesse bisogno, senza barriere, senza intermediari.
 
A trent'anni dalla sua uscita, questo volume — scritto da Carlo Gubitosa, Enrico Marcandalli e Alessandro Marescotti — resta un documento che ha segnato la storia della telematica solidale. Non solo per i contenuti, che raccontano le origini della rete telematica pacifista italiana, ma per ciò che rappresenta: il primo libro italiano su come usare la telematica per attività di pace, ecologia e cooperazione internazionale.

Il libro "Telematica per la pace" (1996)

Il 1996 e il mondo che stava nascendo

Per capire la portata del libro, bisogna ricordare il contesto. Tra il 1994 e il 1995 ci sono le prime connessioni Internet nelle case degli italiani. Navigare in rete era ancora appannaggio di pochi. La maggior parte degli italiani non sapeva cosa fosse una email. I social network erano fantascienza. Nel 1996 nasce l'idea di un libro per raccontare cosa era stato fatto nel mondo e cosa si poteva fare in Italia come cittadini digitali. PeaceLink esisteva già da cinque anni, costruita su BBS, modem lentissimi e una visione ostinata: la rete poteva diventare uno strumento per la pace.
 
Gli autori non scrissero un manuale tecnico. Scrissero un manifesto operativo. Spiegarono come connettersi, come condividere informazioni, come costruire comunità digitali al servizio di un'utopia concreta orientata all'azione collettiva.
 
Il libro nasceva dalla pratica. PeaceLink aveva tratto la ragione della sua nascita dalla Prima Guerra del Golfo. E aveva già sperimentato cosa significa fare informazione alternativa quando i media mainstream raccontano un'altra storia. Era nata dal bisogno di comunicare, di non rimanere senza voce. "Telematica per la pace" raccontava quella comunicazione come modello replicabile.

L'omnicrazia digitale: un'idea ancora viva

Uno dei concetti più potenti che il libro incarna — anche se non sempre nominato esplicitamente — è quello di omnicrazia, coniato dal filosofo Aldo Capitini: la partecipazione attiva di tutti i cittadini alla vita collettiva. PeaceLink aveva trovato nella telematica lo strumento per rendere questo ideale praticabile. La rete abbatteva i costi, eliminava le gerarchie, dava voce a chi non aveva una testata, una sede, un budget.
L'idea di base del 1991 fu quella di collegare i computer tagliando i costi della comunicazione e favorendo la partecipazione. Questo principio — semplice, radicale, nonviolento — attraversa tutto il libro e tutta la storia successiva di PeaceLink.

Trent'anni dopo: cosa è cambiato, cosa è rimasto

Rileggere Telematica per la pace nel 2026 è un'esperienza che genera nostalgia per un'entusiasmo allora travolgente. A tratti è sorprendente trovare in quel libro cose che si sarebbero avverate dieci o vent'anni dopo, quando la telematica è diventata pratica di massa. Si percepisce l'entusiasmo pionieristico di chi stava costruendo qualcosa di nuovo senza sapere dove avrebbe portato. Molte delle intuizioni contenute nel libro si sono rivelate visionarie e anticipatrici del futuro. C'era tanta ingenuità nel prevedere che la partecipazione alla rivoluzione digitale sarebbe nata dall'educazione civile e sociale: è avvenuta purtroppo prevalentemente sull'onda commerciale. Ma allora, con quel libro, sono nate le categorie con cui costruire una strategia del cambiamento digitale.
 
La "condivisione orizzontale delle informazioni", il "superamento delle barriere geografiche", la "democratizzazione dell'informazione": sono tutte categorie che oggi usiamo correntemente per descrivere internet. Il libro le anticipò quando internet era ancora un arcipelago di reti amatoriali collegate con cavi di rame e modem che gracchiavano.
 
Ciò che è cambiato, invece, è il contesto. Internet non è più uno spazio neutro animato da volontari e associazioni. È diventato un mercato gigantesco, governato da piattaforme commerciali che vendono l'attenzione degli utenti come merce. Le stesse reti sociali che avrebbero dovuto democratizzare la comunicazione sono diventate strumenti di sorveglianza e manipolazione. PeaceLink lo ha capito, e ha risposto guardando al Fediverso — la rete decentralizzata e federata — come alternativa coerente con i valori del 1991. Ora si sta diffondendo con Sociale.network l'idea originaria di una rete sociale senza fini commerciali.

Un'idea che continua

Telematica per la pace è stato un libro soprattutto di metodo. Dice che è possibile usare la tecnologia al servizio della pace. Dice che informazione digitale e nonviolenza non sono in contraddizione, ma si alimentano a vicenda. Dice che la rete può essere uno strumento di liberazione, non di controllo.
 
A trent'anni dalla pubblicazione, PeaceLink è ancora viva, ancora attiva, ancora capace di innovare. Dal bollettino Albert generato con intelligenza artificiale alla campagna NoRiarmo, dal monitoraggio dell'inquinamento a Taranto alla documentazione delle guerre, dalla piattaforma sociale.network ai podcast liberi da pubblicità e censure, l'associazione continua a incarnare la visione di quel libro.
 
Se il libro ha un merito storico indiscutibile, è questo: ha messo nero su bianco, con grande anticipo in Italia, che la telematica per la pace poteva essere una comunità di pratica orientata alla speranza progettuale.
 
E trent'anni dopo, quella pratica continua.

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