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Il popolo libico ha vinto?

La Top Ten dei Falsi Miti sulla Guerra in Libia

Una dettagliata analisi delle dieci bugie più grosse sulle quali le potenze occidentali, con la complicità dei media, hanno costruito la "necessità" dell'intervento in Libia.
8 settembre 2011 - Maximilian C. Forte
Fonte: www.counterpunch.org - 31 agosto 2011

guerra in Libia-bombardamenti Da quando il Colonnello Gheddafi ha perso il suo dominio militare nella guerra contro la NATO e gli insorti/ribelli/nuovo regime, molte teste parlanti hanno iniziato a celebrare questa guerra definendola un “successo”.
Costoro sono convinti che questa sia la “vittoria del popolo libico” e che tutti dovremmo festeggiare. Altri cantano vittoria per la “responsabilità di proteggere”, “per l’intervento umanitario”, e condannano la “sinistra anti-imperialista”. Alcuni tra quelli che affermano di essere “rivoluzionari”, o credono di appoggiare la “Rivoluzione Araba”, ritengono che sia in qualche modo possibile relegare ai margini il ruolo della NATO nella guerra, esaltando invece le virtù democratiche degli insorti, glorificandone il martirio e ingigantendo il loro ruolo fino al punto in cui tutto il resto è allontanato dalla vista.
Voglio dissentire da questo circolo di acclamazione, e ricordare ai lettori il ruolo delle invenzioni di “verità” motivate ideologicamente, usate per giustificare, rendere possibile, esagerare e motivare la guerra contro la Libia – e sottolineare quanto dannosi sono stati gli effetti concreti di queste leggende per i libici e per tutti coloro che hanno sostenuto soluzioni pacifiche, non militari.

Queste prime dieci leggende sono alcune delle affermazioni più ripetute, dagli insorti, e/o dalla NATO, dai leader europei, dall’amministrazione Obama, dai media mainstream, e anche dalla cosiddetta “Corte Penale Internazionale” – e cioè tutti i principali attori della guerra contro la Libia.
A nostra volta, consideriamo alcuni dei motivi per cui sarebbe meglio considerare queste affermazioni come folklore imperialista, come miti che hanno sostenuto il mito più grande di tutti – che questa guerra sia un “intervento umanitario”, destinato a “proteggere i civili”.
Ancora una volta, l’importanza di questi miti risiede nella loro ampia riproduzione, con poche domande, e dall’effetto mortale. Inoltre, queste leggende minacciano di distorcere gravemente gli ideali dei diritti umani e la loro invocazione futura, contribuendo così alla militarizzazione continua della società e della cultura occidentali.

1. Genocidio.

genocidio Solo pochi giorni dopo l’inizio delle proteste, il 21 febbraio il vice rappresentante permanente libico presso le Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, si è affretttato a dichiarare: “Attendiamo un vero genocidio a Tripoli. Gli aerei stanno ancora conducendo mercenari agli aeroporti”.
Eccellente: un mito composto da altri miti. Con quell’affermazione, tre miti chiavi sono stati messi insieme: - il ruolo degli aeroporti (da qui il bisogno di quella "droga di passaggio" necessaria per l’intervento militare: la no-fly zone), il ruolo dei “mercenari” (vale a dire, semplicemente, neri), e la minaccia del “genocidio” (orientata verso il linguaggio della dottrina dell’ONU della Responsabilità di Proteggere). Maldestra e totalmente priva di fondamento com’era la sua affermazione, Dabbashi è stato abile nel mettere insieme alla meglio tre brutti miti, uno dei quali radicato nel discorso e nella pratica razzista che dura fino ad oggi, con il resoconto quotidiano di sempre nuove atrocità commesse contro i libici di colore e i migranti africani. Non è stato il solo a fare simili affermazioni. Come lui, anche Soliman Bouchuiguir, presidente della Lega Libica per i Diritti Umani, ha dichiarato alla Reuters, il 14 marzo, che se le forze di Gheddafi avessero raggiunto Bengasi, “ci sarà un vero bagno di sangue, un massacro come quello che abbiamo visto in Rwanda”.

Questa non è l’unica volta in cui ci avrebbero ricordato deliberatamente il caso del Rwanda. Il Tenente Generale Roméo Dallaire, il tanto adorato comandante canadese della missione di pace ONU in Rwanda nel 1994, attualmente eletto senatore nel Parlamento canadese e co-direttore del progetto “Will to Intervene (Volontà di Intervenire)” alla Concordia University, in un precipitoso sprint al giudizio, non solo ha fatto ripetuti riferimenti al Rwanda cercando di spiegare la situazione in Libia, ma ha anche parlato di Gheddafi dicendo che stava “usando la minaccia del genocidio per ‘ripulire la Libia casa per casa’”. Questo è un esempio in cui l’attenzione selettiva agli eccessi retorici di Gheddafi è stata presa troppo sul serio, mentre in altre occasioni chi è al potere lo ha velocemente liquidato: il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Mark Toner, ha minimizzato le presunte minacce di Gheddafi all’Europa, dicendo che Gheddafi è “uno dedito alla retorica esagerata”. Quanto calmo, per contrasto, e quanto utilitaristico – dato che il 23 Febbraio il Presidente Obama dichiarò di aver dato disposizioni alla sua amministrazione di elaborare “una gamma completa di opzioni” da intraprendere contro Gheddafi.

Ma “genocidio” ha una ben precisa definizione legale internazionale, come si vede ripetutamente nella Convenzione ONU del 1948 sulla Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio, dove per genocidio si intende la persecuzione di un “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Non tutta la violenza è genocida. La violenza intestina non è genocidio. Il genocidio non è né “molta violenza” né violenza indifferenziata contro i civili. Ciò che Dabbashi, Dallaire, e altri non sono riusciti a fare è stato identificare il gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso perseguitato, e in quali di questi termini questo differiva da coloro che presumibilmente commettevano il genocidio. Queste cose avrebbero dovuto saperle (e le sanno), essendo l'uno un ambasciatore ONU e l’altro un esperto molto apprezzato, e docente in materia di genocidio. Ciò suggerisce che la creazione di falsi miti è stata o deliberata o fondata sul pregiudizio.

Ciò che l’intervento militare straniero ha fatto, però, è stato permettere la vera violenza genocida che è stata regolarmente ritenuta poca cosa fino a pochissimo tempo fa: l’orrenda violenza contro i migranti africani e i libici neri, isolati solo sulla base del colore della pelle. Tutto ciò è andato avanti senza impedimenti, senza scuse, e, fino a poco tempo fa, senza molta attenzione. Tanto più che i media hanno anche collaborato in questo, affermando rapidamente e senza nessuna prova che ogni uomo di colore catturato o morto deve essere un “mercenario”. Questo è il genocidio che i bianchi occidentali, e coloro che dominano la “conversazione” sulla Libia, non hanno visto (e non per caso).

2. Gheddafi sta “bombardando la sua stessa gente”.

libia-folla Dobbiamo ricordare che una delle ragioni iniziali che hanno spinto alla frettolosa imposizione di una no-fly zone è stata la necessità di impedire a Gheddafi di usare la forza aerea per bombardare “la sua stessa gente” – un fraseggio ben preciso che echeggia quanto fu tentato e sperimentato nell’operazione di demonizzazione di Saddam Hussein in Iraq.

Il 21 febbraio, quando i primi “segnali d’allarme” sul “genocidio” venivano mandati dall’opposizione libica, sia Al Jazeera che la BBC affermarono che Gheddafi aveva schierato la sua forza militare aerea contro i manifestanti – come “riportava” la BBC: “Testimoni affermano che aerei da guerra hanno fatto fuoco sui manifestanti in città”. Eppure, il 1 marzo, durante una conferenza stampa al Pentagono, alla domanda: “Vi risultano prove che [Gheddafi] abbia effettivamente bombardato la sua gente dall’alto? Così è stato riportato, ma ne avete conferma da fonti indipendenti? E se sì, in che misura? Il Segretario alla Difesa USA Robert Gates rispose: “Abbiamo visto le cronache dei media, ma non abbiamo conferma di ciò”. In appoggio, l’Ammiraglio Mullen confermò: “E’ corretto. Non ci risultano conferme di nessun tipo.”

Infatti, l’affermazione che Gheddafi abbia anche usato elicotteri contro i manifestanti disarmati è totalmente priva di fondamento, una pura invenzione basata su false testimonianze. Ciò è importante dato che gli interventisti stranieri volevano invalidare proprio il dominio dello spazio aereo libico da parte di Gheddafi, e dunque i falsi miti delle atrocità perpetrate dal cielo acquistarono un valore aggiunto poiché fornirono un punto di ingresso all’intervento militare straniero che è andato molto al di là del mandato di “proteggere i civili”.

Era ancora il 21 marzo quando David Kirpatrick del New York Times confermava che: “i ribelli non avvertono nessun senso di fedeltà alla verità nel dar forma alla loro propaganda, proclamando vittorie sul campo di battaglia inesistenti, asserendo che stavano ancora combattendo in una città chiave giorni dopo la resa alle forze di Gheddafi, e facendo affermazioni ampiamente gonfiate sul suo comportamento barbarico”.
Le “affermazioni ampiamente gonfiate” sono diventate parte del folklore imperialista che circonda gli eventi libici e che ha accompagnato l’intervento occidentale. Raramente la folla di giornalisti con base a Bengasi ha contraddetto chi li ospitava.


3. Salvate Bengasi.

libia-bengasi Quest'articolo viene scritto mentre le forze di opposizione libiche marciano su Sirte e Sebha, le due ultime roccaforti rimaste del governo Gheddafi, lanciando minacciosi segnali di avvertimento alla popolazione che è tempo di arrendersi. Bengasi sembrava essere diventata una specie di “città santa” nel discorso internazionale dominato dai leader dell’Unione Europea e della NATO. Bengasi era l’unica città sulla terra che non poteva essere toccata. Era come un terreno sacro. Tripoli? Sirte? Sebha? Queste possono essere sacrificate, mentre tutti restiamo a guardare, senza un cenno di protesta da parte di nessuna potenza – e tutto ciò perfino mentre riceviamo i primi racconti di come l’opposizione abbia trucidato la gente a Tripoli. Ma torniamo al mito di Bengasi. 

“Se avessimo indugiato solo un giorno in più”, disse Barack Obama durante il suo discorso del 28 marzo, “Bengasi, una città grande quasi quanto Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe riverberato in tutta la regione e macchiato la coscienza del mondo”. In una lettera congiunta, Obama, il Primo Ministro britannico David Cameron e il Presidente francese Nicolas Sarkozy hanno dichiarato: “Rispondendo con immediatezza, i nostri paesi hanno fermato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Il bagno di sangue che egli aveva promesso di infliggere agli abitanti della città assediata di Bengasi è stato impedito. Decine di migliaia di vite sono state protette”. Non solo gli aviogetti francesi hanno bombardato una colonna in ritirata, ciò che abbiamo visto è stata una colonna molto corta che comprendeva camion e ambulanze, e che chiaramente non avrebbe potuto né distruggere né occupare Bengasi.

Oltre alla “retorica esagerata” di Gheddafi, che gli USA hanno velocemente liquidato quando gli ha fatto comodo, ad oggi nessuno ha ancora fornito prove che mostrino che a Bengasi vi siano state le “decine di migliaia” di vittime che Obama, Cameron e Sarkozy sostengono. Ciò è stato spiegato in maniera eccellente dal Professor Alan J. Kuperman in “False pretense for war in Libya?”:
“La prova più eloquente che Gheddafi non avesse pianificato un genocidio a Bengasi sta nel fatto che egli non abbia perpetrato nulla di simile nelle altre città che aveva riconquistato o pienamente o parzialmente – incluse Zawiya, Misurata e Ajdabiya, che insieme contano una popolazione maggiore di Bengasi…Le azioni di Gheddafi sono state cosa molto diversa rispetto a quanto è accaduto in Rwanda, Darfur, Congo, Bosnia, e altri teatri di massacro… Nonostante l’onnipresenza di telefoni cellulari dotati di macchine fotografiche e videocamere, non esistono prove visive di massacri deliberati…Né Gheddafi ha mai minacciato un massacro di civili a Bengasi, come sostenuto da Obama. L’avvertimento del “nessuna pietà” del 17 marzo, aveva come obbiettivo solo i ribelli, come riportato dal New York Times, che faceva notare che il leader libico aveva promesso l’amnistia per coloro che avessero “gettato via le armi”. Gheddafi aveva anche offerto ai ribelli una via di fuga e aperto il confine verso l’Egitto, per evitare combattimenti “all’ultimo sangue”.

Ironia della sorte, le prove dell’esistenza di massacri, commessi da entrambe le parti, bisogna trovarle oggi a Tripoli, mesi dopo l’imposizione di misure militari “salva-vita” da parte della NATO.
Uccisioni per vendetta vengono riportate ogni giorno con grande frequenza, tra cui il massacro di libici di colore e migranti africani da parte delle forze ribelli. Un’altra triste ironia: a Bengasi, che è nelle mani degli insorti da mesi, ben dopo che le forze di Gheddafi sono state respinte, nemmeno questo è riuscito ad impedire le violenze: si riportano uccisioni per vendetta anche lì – per approfondimenti vai al numero 6.

4. Mercenari africani.

subsahariani Patrick Cockburn ha sintetizzato l’utilità funzionale del mito del “mercenario africano” e il contesto nel quale è nato: “Da febbraio, gli insorti, spesso appoggiati dalle potenze straniere, hanno affermato che la battaglia era tra Gheddafi e la sua famiglia da un lato e il popolo libico dall’altro. La loro spiegazione per le grandi forze pro-Gheddafi è stata che queste erano tutte composte da mercenari, principalmente provenienti dall’Africa nera, il cui unico movente era il denaro”. Come sottolinea Cockburn, i prigionieri neri sono stati messi in mostra per i media (il che è una violazione della Convenzione di Ginevra), ma Amnesty International ha in seguito scoperto che tutti i prigionieri erano presumibilmente stati liberati dato che nessuno di loro era un combattente, ma si trattava piuttosto di lavoratori senza documenti provenienti dal Mali, dal Chad e dall’Africa occidentale. Il mito è stato utile affinché l’opposizione potesse insistere che questa fosse una guerra tra “Gheddafi e il popolo libico”, come se egli non avesse nessun tipo di supporto interno – un’invenzione talmente colossale e assoluta da far pensare che soltanto dei bambini potrebbero credere ad una storia così fantasiosa. Il mito è utile anche per cementare la presunta rottura tra la “nuova Libia” e il Pan-africanismo, riallineando la Libia con l’Europa e il “mondo moderno”, cosa che parte dell’opposizione desidera in maniera tanto esplicita.

Il mito del “mercenario africano”, così come viene espresso dalla pratica razzista, mortale, è un fatto che paradossalmente è stato sia documentato che ignorato. Mesi fa ho fornito un’estesa analisi del ruolo dei media mainstream, guidati da Al Jazeera, ed anche del lavoro di semina dei social media, nella creazione del mito del mercenario africano. Tra coloro che si sono allontanati dalla norma di denigrare gli africani sub-sahariani e i libici di colore e che invece hanno documentato gli abusi ai danni di questi civili, il Los Angeles Times e Human Rights Watch, i quali non hanno trovato prove della presenza di nessun mercenario in Libia orientale (contraddicendo totalmente le affermazioni presentate come verità assoluta da Al Arabiya e The Telegraph, e tra gli altri anche il TIME e The Guardian).

In un allontanamento estremamente raro dalla propaganda sulla minaccia dei mercenari neri che Al Jazeera e i suoi giornalisti hanno contribuito attivamente a disseminare, Al Jazeera ha prodotto un unico servizio sulle rapine, gli omicidi e i rapimenti ai danni dei residenti neri in Libia orientale (ora che la CBS, Channel 4 e altri stanno constatando il razzismo, Al Jazeera sta cercando ambiguamente di mostrare un certo interesse). Infine, c’è un riconoscimento maggiore riguardo alla collaborazione dei media nella denigrazione razzista delle vittime civili degli insorti – vedi FAIR: “Il NYT manifesta ‘toni razzisti’ nella disinformazione sulla Libia che ha contribuito a diffondere”.

Il bersagliamento razzista e l’uccisione dei libici di colore e degli africani sub-sahariani continua fino ad oggi. Patrick Cockburn e Kim Sengupta parlano dell’ammasso, recentemente scoperto, di 30 cadaveri maschili in decomposizione, quasi tutti neri, molti dei quali ammanettati, trucidati, mentre giacevano in barelle o perfino in un’ambulanza al centro di tripoli”. Perfino mentre ci mostra un video con centinaia di corpi nell’ospedale di Abu Salim, la BBC non osa far notare che la maggior parte di loro sono chiaramente persone di colore, e addirittura si chiede chi possa averle uccise. Questa non è una domanda per le forze anti-Gheddafi intervistate da Sengupta: “’Venite a vedere. Questi sono neri, africani, assoldati da Gheddafi, mercenari,’ gridava Ahmed Bin Sabri, sollevando il lembo della tenda per mostrare il corpo di un paziente morto, la T-shirt grigia macchiata di sangue rosso scuro, la flebo nel braccio nero coperto dalle mosche. Perché un uomo ferito è stato giustiziato mentre veniva curato?”

Cronache recenti rivelano che gli insorti sono impegnati in operazioni di pulizia etnica contro i libici di colore a Tawergha, si fanno chiamare “la brigata di epurazione degli schiavi dalla pelle nera”, e giurano che nella “nuova Libia” i neri di Tawergha non potranno accedere ai servizi sanitari e all’istruzione nella vicina Misurata, dalla quale i libici neri sono già stai espulsi dagli insorti.

Un rapporto recente di Human Rights Watch afferma: “I libici di pelle scura e gli africani sub-sahariani vanno incontro a particolari rischi perché le forze ribelli e altri gruppi armati li hanno spesso considerati come mercenari pro-Gheddafi, provenienti da altri paesi africani. Abbiamo visto attacchi violenti ed uccisioni di queste persone in aree dove il Consiglio Transitorio Nazionale ha assunto il controllo”. Anche Amnesty International ha appena stilato un rapporto sulla sproporzionata detenzione di africani di colore nell’Az-Zawiya controllata dai ribelli, e sul bersagliamento contro i migranti disarmati che lavorano nelle campagne. I rapporti continuano a crescere mentre scriviamo, con altri gruppi impegnati in difesa dei diritti umani che trovano prove che gli insorti stiano prendendo di mira i lavoratori migranti dell’Africa Sub-Sahariana. Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, ha affermato di recente: “Il CTN sembra confondere i neri con i mercenari. Tutti i neri sono mercenari. Se questo è vero, significa che un terzo dei libici, che sono neri, sono anche mercenari. Stanno uccidendo le persone, normali lavoratori, maltrattandoli”.

Il mito dei “mercenari africani” continua ad essere uno dei più immorali, e certamente il più razzista. Perfino negli ultimi giorni, quotidiani come il Boston Globe, acriticamente e in modo assoluto, mostrano foto di vittime di colore o di detenuti neri con l’immediata asserzione che essi devono essere mercenari, nonostante l’assenza di qualsiasi prova. D’altro canto ci vengono fornite affermazioni casuali che Gheddafi è “noto per aver” reclutato africani da altri nazioni in passato, senza nemmeno preoccuparsi di scoprire se coloro che vengono mostrati nelle foto sono libici di colore. Il linciaggio dei libici di colore e dei lavoratori immigrati dell’Africa Sub-Sahariana è continuo, e non ha nemmeno ricevuto alcuna espressione di preoccupazione seppur nominale da parte degli USA e dei membri della NATO, né ha suscitato l’interesse della cosiddetta “Corte Penale Internazionale”. Ci sono poche possibilità che possa essere fatta giustizia per queste vittime così come ci sono poche possibilità di porre fine a questi crimini efferati che costituiscono chiaramente un caso di pulizia etnica. I media, solo adesso, stanno diventando più consapevoli del bisogno di dare adeguata copertura a questi crimini, dopo averli nascosti per mesi.

5. Stupri di massa alimentati dal Viagra.

viagra I crimini di cui si ha notizia e le violazioni di diritti umani del regime di Gheddafi sono sufficientemente orribili così come sono; viene dunque da chiedersi perché qualcuno abbia bisogno di inventare storie come quella delle truppe di Gheddafi a cui viene somministrato il Viagra per potenziarne l’erezione e mandarle a far baldoria stuprando. Forse questa storia è stata “venduta” perché è la tipica storia che “cattura l’immaginazione del pubblico traumatizzato”. Questa storia è stata presa così seriamente che alcune persone hanno cominciato a scrivere alla Pfizer per chiederle di smettere di vendere il Viagra alla Libia, giacché il suo prodotto era presumibilmente utilizzato come arma di guerra. Persone che invece dovrebbero saperne di più, hanno disposto deliberatamente di disinformare il pubblico internazionale.
La storia del Viagra è stata diffusa per prima da Al Jazeera, in collaborazione con i suoi partner ribelli, sostenuti dal regime del Qatar che finanzia Al Jazeera. E’ stata poi ridistribuita da quasi tutti i principali notiziari occidentali.

Luis Moreno-Ocampo, Procuratore Capo della Corte Penale internazionale, è apparso davanti ai media di tutto il mondo per dire che c’erano “prove” del fatto che Gheddafi avesse distribuito Viagra alle sue truppe “per aumentare la possibilità di stupro” e che avesse ordinato lo stupro di centinaia di donne. Moreno-Ocampo ha insistito: “Ci giungono informazioni che Gheddafi stesso abbia deciso di stuprare” e “abbiamo informazioni che c’è stata la scelta politica di stuprare coloro che si sono opposte al governo libico”. Ha anche esclamato che il Viagra è “come un machete”, ed è “uno strumento di stupro di massa”.

In una sorprendente dichiarazione al Consiglio di sicurezza dell’ONU, anche l’Ambasciatrice USA Susan Rice ha affermato che Gheddafi stava rifornendo di Viagra le sue truppe per incoraggiare stupri di massa. Non ha fornito prove di nessun tipo a sostegno della sua accusa. Infatti, fonti militari e di intelligence USA hanno categoricamente smentito la Rice, dicendo alla NBC News che “non vi sono prove che alle forze militari libiche sia stato somministrato del Viagra e che quest’ultime siano state impegnate in stupri sistematici contro le donne in aree ribelli”. La Rice è una degli interventisti liberali che hanno convinto Obama della necessità di intervenire in Libia. Ha usato questo mito perché la aiutava a sottoporre il caso all’ONU mostrando la non “equivalenza morale” tra le violazioni ai diritti umani da parte di Gheddafi e quelle commesse dagli insorti.

Anche il Segretario di Stato USA Hillary Clinton ha dichiarato che “le forze di sicurezza di Gheddafi e altri gruppi nella regione stanno cercando di dividere la popolazione usando violenza contro le donne e lo stupro come arma di guerra, e gli Stati Uniti condannano questi atti nella maniera più assoluta”. Ha aggiunto di essere “profondamente preoccupata” dai resoconti sugli “stupri di massa”. (Fino ad oggi, la Clinton non ha detto una sola parola sui linciaggi razzisti commessi dai ribelli.)

Il 10 giugno, Cherif Bassiouni, che sta conducendo un’inchiesta sulla situazione dei diritti in Libia per conto dell’ONU, insinuava che le accuse riguardo al Viagra e agli stupri di massa facevano parte di una “isteria collettiva”. Infatti, entrambe le parti nel conflitto si sono accusate a vicenda della stessa cosa. Bassiouni ha anche riferito alla stampa il caso di “una donna che affermava di aver spedito 700.000 questionari e di aver ricevuto 60.000 risposte, 259 delle quali riferivano di abusi sessuali”. Tuttavia, i collaboratori di Bassiouni hanno fatto richiesta di visionare i questionari e non li hanno mai ricevuti – “Ma questa donna va in giro per il mondo raccontando a tutti questa cosa…così adesso ha passato questa informazione a Ocampo e Ocampo è convinto che abbiamo potenzialmente 259 donne che hanno risposto di avere subito abusi sessuali,” ha detto Bassiouni. Egli ha anche evidenziato che “non sembra credibile che la donna possa aver spedito 700.000 questionari a marzo quando il servizio postale non funzionava”. Infatti, il gruppo di lavoro di Bassiouni ha “scoperto solo quattro presunti casi” di stupro e di abusi sessuali: “Possiamo trarne la conclusione che vi sia stata una politica sistematica di stupro? A parer mio, non possiamo”. Oltre all’ONU, Donatella Rovera di Amnesty International ha detto in un’intervista al quotidiano francese Libération, che Amnesty “non ha riscontrato casi di stupro…Non solo non abbiamo incontrato nessuna vittima, ma non abbiamo nemmeno incontrato nessuno che abbia conosciuto delle vittime. Per quanto riguarda le confezioni di Viagra che Gheddafi sembra aver distribuito, sono state trovate intatte accanto a dei serbatoi che invece erano completamente bruciati”.

Tuttavia, ciò non ha impedito ad alcuni fabbricanti di notizie di cercare di mantenere le accuse di stupro, in forma diversa. La BBC è andata avanti, aggiungendo un altro strato, solo qualche giorno dopo che Bassiouni aveva umiliato la CPI e i media: la BBC questa volta ha affermato che le vittime di stupro in Libia si sono trovate a dover affrontare dei “delitti d’onore”. Questa è una novità per quei pochi libici che conosco, i quali non avevano mai sentito parlare di delitti d’onore nel loro paese. Nella letteratura accademica sulla Libia salta fuori poco o niente su questo fenomeno in Libia. Il mito dei delitti d’onore serve all’utile scopo di mantenere in vita la pretesa dello stupro di massa: insinua che le donne non si siano fatte avanti a testimoniare, per vergogna. Inoltre, solo pochi giorni dopo le dichiarazioni di Bassiouni, gli insorti libici, in collaborazione con la CNN, hanno fatto un ultimo tentativo per salvare le accuse di stupro: hanno consegnato un telefono cellulare contenente il video di uno stupro, sostenendo che apparteneva ad un soldato delle forze governative. Gli uomini che si vedono nel video sono in abiti civili. Non ci sono prove del Viagra. Non c’è data sul video e non abbiamo idea di chi lo abbia registrato e dove. Coloro che hanno consegnato il cellulare hanno sostenuto l’esistenza di molti altri video, ma hanno detto che questi sono stati giustamente distrutti per preservare l’”onore” delle vittime.

6. Responsabilità di Proteggere (R2P).

Responsibility to protect Avendo affermato, erroneamente come abbiamo visto, che la Libia si trovava di fronte ad un’incombente minaccia di “genocidio” per mano delle forze di Gheddafi, è diventato più facile per le potenze occidentali invocare la dottrina dell’ONU del 2005 sulla Responsabilità di Proteggere. Intanto, non è affatto chiaro se all’epoca della Risoluzione 1973 emanata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU la violenza in Libia avesse raggiunto i livelli visti in Egitto, Siria e Yemen.
Il ritornello più comune usato contro i critici della selettività di questo supposto “interventismo umanitario” è che il fatto che l’Occidente non possa intervenire dappertutto non significa che non debba intervenire in Libia. Può darsi…ma ciò non spiega ancora perché la Libia sia stata l’obiettivo prescelto. Questo è un punto critico perché alcune delle prime critiche alla R2P espresse all’ONU hanno sollevato il problema della selettività, di chi deve decidere, e del perché alcune crisi nelle quali sono presi di mira i civili (vedi Gaza) sono essenzialmente ignorate, mentre altre ricevono massima attenzione, e se la R2P servisse da foglia di fico per nascondere la geopolitica egemonica. Il mito qui all’opera è che l’intervento militare straniero era guidato da preoccupazioni umanitarie. Per far funzionare il mito, bisogna ignorare volontariamente almeno tre situazioni chiave.

Bisogna dunque ignorare per prima cosa la nuova corsa all’Africa, dove gli interessi cinesi vengono visti in competizione con quelli occidentali per l’accesso alle risorse e per l’influenza politica, cosa che l’AFRICOM è intenzionato a sfidare. Gheddafi ha sfidato l’intento dell’AFRICOM di stabilire basi militari in Africa. L’AFRICOM, da allora è diventato direttamente coinvolto nell’intervento in Libia e specificamente nell’ “Operazione Odyssey Dawn”. Horace Campbell ha argomentato che “il coinvolgimento USA nei bombardamenti in Libia è stato trasformato in una manovra di pubbliche relazioni per l’AFRICOM” e in una “opportunità per dare credibilità all’AFRICOM sotto la facciata dell’intervento in Libia”. Inoltre, il potere di Gheddafi e la sua influenza sul continente stavano crescendo, attraverso gli aiuti, gli investimenti, e una serie di progetti destinati a diminuire la dipendenza dell’Africa dall’Occidente e a sfidare le istituzioni multilaterali occidentali costruendo l’unità africana – rendendolo un rivale degli interessi USA. 

In secondo luogo, bisogna ignorare non solo l’ansia degli interessi petroliferi occidentali per il “nazionalismo delle risorse” di Gheddafi (che minacciava di riprendersi ciò che le compagnie petrolifere avevano guadagnato), un’ansia adesso chiaramente visibile nella corsa corporativa europea in Libia per raccogliere il bottino della vittoria – bisogna ignorare anche il timore per ciò che Gheddafi stava facendo con gli introiti del petrolio per sostenere una maggiore indipendenza economica dell’Africa, e per aver storicamente appoggiato i movimenti di liberazione nazionale che avevano sfidato l’egemonia occidentale.

In terzo luogo, bisogna anche ignorare la paura di Washington che gli USA stessero perdendo la presa sul corso della cosiddetta “rivoluzione araba”.

Come possano mettersi insieme queste realtà, farne il paio con preoccupazioni “umanitarie” ambigue e parziali, e poi concludere che, sì, i diritti umani sono la cosa che ha avuto maggior peso, sembra poco plausibile e non convincente – specialmente con l’atroce track record di violazioni di diritti umani commesse da NATO e USA in Afghanistan, Iraq, e prima ancora in Kosovo e Serbia. L’aspetto umanitario semplicemente non è credibile e neppure minimamente logico.
Se si ritiene la R2P fondata sull’ipocrisia e sulla contraddizione – ora definitivamente smascherate – diventerà molto più difficile in futuro gridare di nuovo “Al lupo! Al lupo!” ed aspettarsi di essere ascoltati con rispetto. E proprio di questo si tratta, giacché poco lavoro diplomatico e pochi negoziati di pace hanno preceduto l’intervento militare – mentre Obama è accusato da alcuni di essere stato lento nella reazione, questa è stata piuttosto una corsa alla guerra, ad un ritmo che ha superato di parecchio quello dell’invasione di Bush all’Iraq. Non solo sappiamo dall’Unione Africana di come gli sforzi di quest’ultima per stabilire una transizione pacifica siano stati impediti, ma Dennis Kucinich rivela anche di aver ricevuto notizie che una soluzione pacifica fosse a portata di mano e che sia stata “affondata dai funzionari del Dipartimento di Stato”. Queste sono assolutamente delle violazioni critiche alla dottrina della R2P, che dimostrano come quegli ideali siano invece stati strumentalizzati nella pratica per perseguire una frettolosa marcia contro la guerra, e una guerra mirata al cambiamento di un regime (che è di per sé una violazione del diritto internazionale).

Che la R2P, utilizzata come mito per giustificare l’intervento, abbia ottenuto l’opposto degli intenti dichiarati, non è più una sorpresa. Non parlo neppure del ruolo del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti nel bombardare la Libia e nell’aiutare gli insorti – anche di quando hanno sostenuto l’intervento militare saudita per reprimere le proteste pro-democratiche in Bahrain, né della cattiva ombra gettata su un intervento condotto da attori del calibro di coloro che abusano in maniera incontrastata dei diritti umani e che hanno commesso impunemente crimini di guerra in Kosovo, Iraq e Afghanistan.
Mi sto limitando ad un approccio più ristretto – come ad esempio i casi documentati in cui la NATO non solo non ha volontariamente protetto i civili in Libia, ma addirittura, deliberatamente e consapevolmente, li ha presi di mira in una maniera tale da costituire terrorismo secondo le definizioni ufficiali in uso presso i governi occidentali.
La NATO ha ammesso di aver deliberatamente colpito la televisione di stato libica, uccidendo tre reporter civili, con una mossa condannata dalle federazioni internazionali dei giornalisti come diretta violazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 2006 che vietava gli attacchi ai giornalisti. Un elicottero Apache USA – in una replica delle infami uccisioni mostrate nel video Collateral Murder – ha sparato sui civili nella piazza centrale di Zawiya, uccidendo il fratello del ministro dell’informazione, tra gli altri.
Interpretando in maniera piuttosto liberale la nozione di “mezzi di controllo e comando”, la NATO ha bombardato uno spazio residenziale civile causando la morte di alcuni dei membri della famiglia di Gheddafi, inclusi tre nipoti.

Per preservare il mito del “proteggere i civili” e l’irragionevole contraddizione di una “guerra per i diritti umani”, i principali mezzi di informazione hanno spesso mantenuto il silenzio sulle morti civili causate dai bombardamenti NATO. La Responsabilità di Proteggere è invisibile quando si tratta di civili bombardati dalla NATO.
In termini di fallimento nel proteggere i civili, in una maniera che si configura effettivamente come reato internazionale, abbiamo numerose cronache che riportano come le navi NATO abbiano ignorato le chiamate di soccorso delle imbarcazioni di rifugiati nel Mediterraneo, in fuga dalla Libia. A maggio, 61 rifugiati africani sono morti su un’unica imbarcazione, nonostante vi fossero stati contatti con navi appartenenti a stati membri della NATO.
Allo stesso modo, ai primi di agosto ne sono morti a decine su un’altra imbarcazione.
Infatti, con la Nato di guardia, almeno 1500 rifugiati in fuga dalla Libia sono morti in mare dall’inizio del conflitto. Erano per la maggior parte africani sub-sahariani, e sono morti in multipli del numero delle vittime avute a Bengasi durante le proteste. La R2P è stata completamente assente per queste persone.

La NATO ha sviluppato uno strano giro di parole per la Libia, destinato ad assolvere i ribelli da qualsiasi responsabilità nei crimini contro i civili, abdicando dunque alla cosiddetta responsabilità di proteggere. Nel corso della guerra, i portavoce della NATO, degli USA e dei governi europei hanno dipinto costantemente tutte le azioni delle forze di Gheddafi come “minacce ai civili”, anche quando queste erano impegnate in azioni difensive, o combattevano contri avversari armati. Per esempio, questa settimana, il portavoce NATO, Roland Lavoie, “è sembrato in difficoltà nello spiegare in che modo gli attacchi NATO stanno proteggendo i civili in questa fase del conflitto. Alla domanda sull’attacco NATO di lunedì contro 22 veicoli armati nei pressi di Sirte, non è stato in grado di spiegare in che modo i veicoli rappresentavano una minaccia per i civili, o se fossero parcheggiati o in movimento”.

Proteggendo i ribelli, nello stesso momento in cui dicevano di proteggere i civili, è chiaro che la NATO voleva far passare per semplici civili gli oppositori armati di Gheddafi. Curiosamente, in Afghanistan, dove la NATO e gli USA finanziano, addestrano e riforniscono di armi il regime di Karzai per consentirgli di attaccare “il suo stesso popolo” (così come fanno in Pakistan), gli oppositori armati sono costantemente etichettati come “terroristi” o “insorti” – anche se la maggioranza di loro sono civili che non hanno mai servito in alcun esercito permanente ufficiale. In Afghanistan si chiamano insorti, e le loro morti per mano della NATO sono elencate separatamente dal conteggio delle vittime civili. Come per magia, in Libia, sono tutti “civili”. In risposta all’annuncio del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha votato per l’intervento militare, un traduttore volontario per i giornalisti occidentali a Tripoli ha fatto questa fondamentale osservazione: “Civili armati di fucili, e voi volete proteggerli? È uno scherzo. Noi siamo i civili. Che ne sarà di noi?”

La NATO ha fornito uno scudo agli insorti in Libia sacrificando civili disarmati nelle aree occupate. Nessun cenno alla “responsabilità di proteggere” è stato fatto in questi casi. La NATO ha aiutato i ribelli a ridurre Tripoli allo stremo, sottoponendo la popolazione civile ad un assedio che li ha privati di acqua, cibo, medicinali, e carburante. Quando Gheddafi è stato accusato di aver fatto questo a Misurata, i media internazionali si sono affrettati a definire ciò un crimine di guerra. Salvare Misurata, ammazzare Tripoli – comunque si voglia definire una tale “logica”, umanitaria non è un’opzione accettabile. Lasciando da parte i crimini documentati degli insorti contri i libici di colore e i lavoratori migranti africani, Human rights Watch ha anche scoperto che gli insorti sono stati impegnati in “saccheggi, incendi dolosi e violenze ai danni di civili in [quattro] città recentemente conquistate in Libia occidentale”. A Bengasi, in mano agli insorti da mesi ormai, sono state riportate lo scorso maggio dal New York Times uccisioni per vendetta, e da Amnesty International a fine giugno, attribuite al Consiglio Transitorio Nazionale degli insorti. E la responsabilità di proteggere? Sembra ormai qualcosa che merita di essere sbeffeggiata selvaggiamente.

7. Gheddafi – il Demonio.

gheddafi In base alla prospettiva da cui lo si osserva, Gheddafi è: o un eroico rivoluzionario, e dunque la demonizzazione da parte dell’Occidente è estrema, oppure è un uomo molto cattivo, e in tal caso la demonizzazione è inutile e assurda. Il mito qui è che la storia del potere di Gheddafi è stata segnata solo da atrocità – egli è il male assoluto, senza nessuna qualità che possa redimerlo, e chiunque subisca l’accusa di essere un “sostenitore di Gheddafi” deve in qualche modo provare una vergogna maggiore di coloro che sostengono apertamente la NATO. Questo è assolutismo binario nella sua forma peggiore – virtualmente nessuno ha messo in conto la possibilità che vi sia chi non voglia sostenere né Gheddafi, né gli insorti, né la NATO. Tutti dovevano per forza schierarsi da una parte, senza eccezione per nessuno. Ne è seguito un dibattito fasullo, dominato da fanatici da una parte e dall’altra.
Perso nella discussione, il riconoscimento dell’ovvio: per quanto Gheddafi fosse stato “intimo” dell’Occidente negli ultimi dieci anni, le sue forze stavano adesso combattendo contro un’acquisizione del potere nel suo paese, guidata dalla NATO. L’altro risultato è stato l’impoverimento della coscienza storica, e la degradazione di valutazioni più complesse sull’intera portata della storia di Gheddafi. Questo aiuterebbe a spiegare perché alcuni non si sono affrettati a condannarlo e a rinnegarlo (senza dover ricorrere a caricature grezze e infantili delle loro motivazioni). Mentre anche Glenn Greenwald sente il bisogno di inserire doverosamente, “Nessun essere umano rispettabile potrebbe forse nutrire alcuna simpatia per Gheddafi”, io ho conosciuto esseri umani rispettabili in Nicaragua, Trinidad, Dominica, e tra i Mohawk a Montreal che hanno molto apprezzato il sostegno di Gheddafi – per non parlare del suo appoggio a vari movimenti di liberazione nazionale, compresa la lotta di liberazione contro l’apartheid in Sud Africa. Il regime di Gheddafi ha molte facce: alcune sono viste dai suoi oppositori interni, altre da coloro che hanno ricevuto il suo aiuto, e altre hanno ricevuto sorrisi da personaggi del calibro di Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy, Condoleeza Rice, Hillary Clinton e Barack Obama. Ci sono molte facce, e sono tutte contemporaneamente vere. Alcuni si rifiutano di “rinnegare” Gheddafi, di “chiedere scusa” per la sua amicizia verso di loro, non importa quanto possano considerarlo disgustoso, indecente e imbarazzante altri “progressisti”. Ciò merita rispetto, a differenza della moda del momento fatta di prevaricazioni e orge di gruppo che riduce una serie di posizioni diverse ad una singola accusa infantile: “tu sostieni un dittatore”. Ironia della sorte, noi sosteniamo molti dittatori, con i soldi delle nostre tasse, e di solito non ci scusiamo per questo.

A proposito della portata della storia di Gheddafi, che dovrebbe resistere a riduzioni revisioniste, semplicistiche, alcuni potrebbero aver cura di notare che perfino ora, la pagina web sulla Libia del Dipartimento di Stato USA rimanda ancora ad una Libreria di Studi sulle Nazioni che a proposito della Libia evidenzia alcuni dei risultati ottenuti dal governo Gheddafi nel corso degli anni, in termini di servizi sociali, negli ambiti della sanità, dell’edilizia residenziale pubblica, e dell’istruzione. Inoltre, i libici hanno il più alto tasso di alfabetizzazione dell’Africa (vedi UNDP, p. 171) e la Libia è l’unica nazione dell’Africa continentale a classificarsi in “alto” nell’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP. Anche la BBC ha riconosciuto questi risultati:
“Le donne in Libia sono libere di lavorare e vestirsi come vogliono, soggette a vincoli familiari. L’aspettativa di vita media è di settant’anni. E il reddito pro-capite – sebbene non così alto come ci si aspetterebbe date le ricchezze petrolifere della Libia e la popolazione relativamente bassa di 6.5 milioni – è stimato a $12.000 (£9.000), secondo la Banca Mondiale. L’analfabetismo è stato quasi del tutto debellato, così come il problema dei senza tetto – un problema cronico nell’era pre-Gheddafi, quando baracche di lamiera ondulata punteggiavano molti centri urbani in tutta la nazione”.

Dunque, se uno è a favore dell’assistenza sanitaria, significa che è automaticamente un sostenitore della dittatura? E se “il dittatore” finanzia l’edilizia pubblica e sovvenziona i redditi, dobbiamo semplicemente cancellare questi fatti dalla nostra memoria?

8. I Combattenti per la Libertà – gli Angeli.

frattini-jibril Complementare alla demonizzazione di Gheddafi è stata l’angelizzazione dei “ribelli”. Il mio obiettivo qui non è contrastare il mito invertendolo, demonizzando cioè tutti gli oppositori di Gheddafi, i quali hanno molti motivi di risentimento, gravi e legittimi, e molti dei quali hanno chiaramente subito più di quanto si possa sopportare. Sono invece interessato a come “noi”, nella parte nord-atlantica dell’equazione, abbiamo costruito i miti in maniera tale da giustificare il nostro intervento. Un metodo standard, ripetuto in diversi modi attraverso una vasta gamma di media e dai portavoce del governo USA, può essere visto in questa descrizione dei ribelli fatta del New York Times che li rappresenta come “professionisti del mondo laico – avvocati, accademici, uomini d’affari – che parlano di democrazia, trasparenza, diritti umani, stato di diritto”. Questo elenco di professioni familiari alla classe media americana, e da questa ritenute rispettabili, è fatto apposta per ispirare un senso condiviso di identificazione tra i lettori e gli oppositori libici, specialmente quando non manchiamo di ricordare che è dalla parte di Gheddafi che abitano le forze del male: le principali “professioni” che troviamo da quella parte sono torturatori, terroristi, e mercenari africani.

Per molte settimane è stato quasi impossibile ottenere dai reporter vicini al Consiglio Transitorio Nazionale dei ribelli a Bengasi una seppur minima descrizione di chi costituisse il movimento anti-Gheddafi, se fosse un’unica organizzazione o più gruppi distinti, quale fosse la loro agenda, e così via. Il sottile leitmotiv delle cronache assegnava alla ribellione la parte di un movimento interamente spontaneo e indigeno – il che può essere vero, in parte, ma può anche essere un’eccessiva semplificazione. Tra i racconti che complicavano il quadro in maniera significativa, vi erano quelli che parlavano dei legami della CIA con gli insorti; altri evidenziavano il ruolo del National Endowment for Democracy, dell’International Republican Institute, del National Democratic Institute, e dell’USAID, che sono attivi in Libia dal 2005; quelli che esaminavano nel dettaglio il ruolo di vari gruppi di espatriati; e i resoconti sul ruolo attivo delle milizie “radicali Islamiche” inserite all’interno dell’insurrezione generale, ed alcuni che indicavano legami con Al Qaeda.

Alcuni sentono un bisogno assoluto di essere dalla parte dei “buoni”, specialmente se né l’Iraq né l’Afghanistan offrono un simile senso di giusta rivendicazione. Gli americani vogliono che il mondo pensi che stanno facendo la cosa giusta, e che questa cosa sia non solo indispensabile, ma anche irreprensibile. Non potrebbero sperare in niente di meglio che essere visti come coloro che stanno espiando i peccati commessi in Iraq e in Afghanistan. Questo è un momento speciale, in cui il cattivo può tornare ad essere l’altro. Un mondo che è sicuro per l’America è un mondo insicuro per il male.

La banda che marcia, le majorettes, Anderson Cooper, coriandoli – abbiamo capito.


9. Vittoria per il popolo libico.

Dire che la svolta in corso in Libia rappresenta una vittoria del popolo libico per tracciare il proprio destino è, nel migliore dei casi, una semplificazione che maschera la vastità degli interessi in ballo fin dall’inizio nel dar forma e determinare il corso degli eventi sul campo, e che ignora il fatto che per gran parte del conflitto Gheddafi ha potuto contare su una solida base di sostegno popolare.

Fin dal 25 febbraio, solo una settimana dopo l’inizio delle prime proteste nelle strade, Nicolas Sarkozy aveva già stabilito che Gheddafi “doveva andarsene”. Il 28 febbraio, David Cameron cominciava a lavorare ad una proposta per una no-fly zone – queste dichiarazioni e queste decisioni sono state fatte senza nessun tentativo di dialogo o di intervento diplomatico. Il 30 marzo, il New York Times riportava che da “diverse settimane” operatori della CIA stavano lavorando in Libia, il che significherebbe che erano lì dalla metà di febbraio, cioè da quando erano iniziate le proteste – e a loro si unirono poi, in Libia, “decine di ufficiali delle forze speciali britanniche e dell’MI6”. Il NYT riportava inoltre nello stesso articolo che “diverse settimane” prima (ancora una volta, intorno alla metà di febbraio), il Presidente Obama “aveva firmato un documento segreto che autorizzava la CIA a rifornire di armi e altre forme di supporto i ribelli libici”, intendendo con “altre forme di supporto” una serie di possibili azioni segrete. L’USAID aveva già impiegato una squadra in Libia agli inizi di marzo. Alla fine di marzo, Obama dichiarava pubblicamente che l’obiettivo era deporre Gheddafi. Con una formulazione terribilmente sospettosa, “un alto funzionario USA ha detto che l’amministrazione aveva sperato che la rivolta libica si sarebbe evoluta “organicamente” come quelle in Tunisia e in Egitto, senza il bisogno di un intervento straniero” – il che suona esattamente come il tipo di affermazione che si fa quando qualcosa inizia in un modo che non è “organico” e quando si confrontano gli eventi in Libia come caratterizzati da un potenziale deficit di legittimità rispetto a quelli di Tunisa ed Egitto. Eppure il 14 marzo, Abdel Hafeez Goga del CNT affermava, “Siamo capaci di controllare tutta la Libia, ma soltanto dopo che verrà imposta la no-fly zone” – ma non è ancora così, dopo sei mesi.

Recentemente è stato rivelato che ciò a cui la leadership dei ribelli aveva giurato di opporsi – “stivali stranieri sul campo” – è invece una realtà confermata dalla NATO: “Truppe speciali dalla Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar sul suolo libico hanno incrementato le operazioni a Tripoli e in altre città, di recente, per aiutare le forze ribelli mentre queste conducevano la loro avanzata finale verso il regime di Gheddafi”. Questa, e altre sintesi, grattano soltanto la superficie dell’ampiezza del supporto esterno che è stato fornito ai ribelli. Il mito da sfatare qui è quello dei ribelli autosufficienti, nazionalisti, appoggiati soltanto dal sostegno popolare.

Al momento, i sostenitori della guerra dichiarano che l’intervento è un “successo”. Bisognerebbe notare che c’è stato un altro caso in cui una campagna aerea, schierata a sostegno della milizia armata locale sul terreno, aiutata da operatori militari USA nascosti, è riuscita a deporre un altro regime, e anche molto più velocemente. È il caso dell’Afghanistan. Un successo.

10. Sconfitta per la “Sinistra”.

Come per ripetere lo schema degli articoli di condanna alla “sinistra” pubblicati sulla scia delle proteste per le elezioni in Iraq del 2009 (vedi ad esempio Hamid Dabashi e Slavoj Zizek), la guerra in Libia, ancora una volta sembrava aver fornito l’opportunità di prendere di mira la sinistra, come se questo fosse il primo punto all’ordine del giorno – come se “la sinistra” fosse il problema da affrontare. Ecco degli articoli, in vari stati di degrado intellettuale e politico, di Juan Cole (vedi alcune delle confutazioni: “Il caso del Professor Juan Cole,” “Lettera aperta al Professor Juan Cole: replica ad una calunnia,” “Il Professor Cole ‘risponde’ a WSWS sulla Libia: un’ammissione di fallimento politico e intellettuale”), Gilbert Achcar, Immanuel Wallerstein, e Helena Sheehan che sembra essere arrivata ad alcune delle sue conclusioni più critiche in aeroporto alla fine della sua prima visita a Tripoli.

Sembra esserci un po’ di confusione sui ruoli e le identità. Non c’è una sinistra omogenea, né un accordo ideologico tra gli anti-imperialisti (definizione che comprende conservatori e libertari, tra gli anarchici e i marxisti). Né la “sinistra anti-imperialista” è stata in una posizione tale da fare un vero danno sul campo, come nel caso degli attuali protagonisti. C’è stata poca possibilità per gli anti-interventisti di influenzare la politica estera, che aveva preso forma a Washington già prima che fosse pubblicata qualsiasi seria critica contro l’intervento. Questi punti suggeriscono che almeno alcune delle critiche sono mosse da preoccupazioni che vanno oltre la Libia, e che fondamentalmente con la Libia hanno anche poco a che fare. L’accusa più comune è che la sinistra anti-imperialista sta in qualche modo coccolando un dittatore. L’argomento addotto è che ciò si basa su un’analisi viziata – nel criticare la posizione di Hugo Chávez, Wallerstein dice che l’analisi di Chávez è profondamente viziata, e tra le sue critiche offre la seguente: “Il secondo punto mancato dall’analisi di Chávez è che non è previsto nessun coinvolgimento militare significativo del mondo occidentale in Libia” (sì, leggetelo di nuovo). Infatti, molti dei contro argomenti schierati contro la sinistra anti-interventista echeggiano o riproducono per intero i miti che sono stati smantellati sopra, che rendono la loro analisi geopolitica interamente sbagliata, e che perseguono una politica incentrata in parte sulla personalità e gli eventi del giorno. Questo ci mostra anche l’estrema povertà della politica fondata principalmente su idee semplicistiche e unilaterali riguardo ai “diritti umani” e alla “protezione”, e il successo del nuovo umanesimo militare nell’appropriarsi delle energie della sinistra.

E una domanda persiste: se coloro che si sono opposti all’intervento sono stati colpevolizzati per aver fornito una copertura morale alla “dittatura” (come se l’imperialismo non fosse già esso una dittatura globale), che dire di quegli umanitari che hanno sostenuto l’ascesa di militanti razzisti e xenofobi che, a quanto risulta da più fonti, sono impegnati in un’operazione di pulizia etnica? Significa che la folla a favore dell’intervento è razzista? Si oppongono essi al razzismo? Fin qui, ho sentito solo il silenzio da quel fronte.

Il programma di intimorire l’uomo di paglia anti-imperialista maschera lo sforzo di frenare il dissenso contro una guerra inutile che ha prolungato e aumentato la sofferenza umana, sostenuto la causa delle società corporative belliche transnazionali e dei neoliberali; ha distrutto la legittimità delle istituzioni multilaterali che un tempo erano apertamente impegnate per la pace nelle relazioni internazionali; ha violato le leggi internazionali e i diritti umani; ha visto l’ascesa della violenza razzista; ha autorizzato lo stato imperialista a giustificare la sua continua espansione; ha violato le leggi interne e ha ridotto il discorso dell’umanitarismo a una frizione di slogan semplicistici, impulsi reazionari e formule politiche che privilegiano la guerra come prima opzione.
Davvero, è la sinistra il problema qui?

Note:

Maximilian Forte è professore associato al dipartimento di Sociologia e Antropologia alla Concordia University di Montreal, Canada.
Il suo sito è: http://openanthropology.org/

Tradotto da Antonella Recchia per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
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