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Lo dichiara il quotidiano cattolico Avvenire

"Le prigioni libiche finanziate da Italia e Ue sono luoghi di tortura"

La guerra a Gheddafi non ha portato la democrazia e la libertà. In Libia si tortura e si violano pesantemente i diritti umani. Profughi in catene, ustionati e denutriti, aggrediti con acido, picchiati con martelli e tubi.
31 maggio 2020
Redazione PeaceLink

Luoghi di tortura

"Per la prima volta un tribunale conferma che le prigioni finanziate da Italia e Ue sono luoghi di tortura". Questo si legge sul quotidiano Avvenire del 28 maggio scorso.

Le notizie riportate da Nello Scavo sul quotidiano cattolico sono le seguenti: "Mentre a Messina un giudice condannava tre torturatori di un campo di prigionia ufficiale, al soldo del guardacoste Bija e di suo cugino Osama, “il più spietato di tutti”, dalla Libia è giunta la notizia di una nuova strage: 30 profughi sterminati dai carcerieri, altri 11 in fin di vita".

"Questo crimine insensato ci ricorda ancora una volta quali siano gli orrori che i migranti subiscono per mano dei trafficanti in Libia", ha affermato il capo della missione dell'Oim in Libia, Federico Soda. "I gruppi criminali approfittano dell'instabilità e della situazione di insicurezza del paese per dare la caccia e approfittarsi di persone disperate e per sfruttare le loro vulnerabilità", ha aggiunto.

Su Avvenire dell'8 gennaio 2020 era già apparso un articolo di denuncia ("Chi sono gli schiavisti: torturano e uccidono migranti nei centri di detenzione") in cui Paolo Lambruschi scriveva: "I torturatori dei migranti in alcuni lager libici, sotto il controllo delle autorità, hanno ora un nome e un volto. Riconosciuti spesso sui social e segnalati dalle stesse vittime ad attivisti e giornalisti". 

Il quotidiano riportava nel sommario: "Si muovono nei centri, uccidono i migranti senza pietà e ai loro ordini hanno altri uomini senza scrupoli. Sono già stati segnalati alla Corte penale internazionale de l’Aja. Catturarli è impossibile".

Ma la novità di questi giorni sta nella condanna - finalmente - di alcuni torturatori, ad opera della magistratura italiana. Questo è il resoconto di Repubblica (cronaca di Palermo):

"Condannati per tortura a vent’anni di carcere ciascuno i tre carcerieri dei migranti nel campo di prigionia libico di Zawyia. Il gup di Messina ha condannato Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. I tre sono stati condannati per associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all'omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione. I carcerieri di Zawyia, fermati a Messina lo scorso settembre dalla Dda di Palermo, hanno trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l'Italia. Testimoni che li hanno identificati hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia. “Ci hanno colpiti con bastoni, calci di fucili, tubi di gomma, frustati, torturati con scariche elettriche” hanno raccontato dopo lo sbarco nell’agrigentino. Minacciati e lasciati anche morire. "Per la prima volta è stata emessa una condanna per il reato di tortura che è stato introdotto nel luglio del 2017”, commentano gli inquirenti". Lager in Libia

Una lunga serie di violazioni dei diritti umani

Quelle emerse in questi giorni non sono cose nuove per chi segue le vicende della Libia.

Il 27 giugno 2018 l'Espresso, con un'inchiesta di Fabrizio Gatti, denunciava una situazione gravissima: "Da gennaio a dicembre: praticamente dall’intesa con Tripoli dell’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti, fino alla vigilia dell’ascesa del suo successore Matteo Salvini. Due governi, una linea di continuità: vista dalla parte delle vittime, c’è poca differenza tra il patto del Viminale con i trafficanti, che in cambio di denaro hanno ridotto le partenze dei gommoni, e il respingimento collettivo dei profughi in acque internazionali, come è avvenuto con la nave Aquarius. I governi europei, a cominciare da quello italiano prima guidato da Paolo Gentiloni e oggi da Giuseppe Conte, non si sono mai posti troppe domande su cosa accada a uomini, donne e bambini rimasti bloccati al di là del mare. Ora esistono risposte cliniche che confermano le violenze. Aggressioni con catene, tubi di gomma, ferri roventi, scariche elettriche, acido sulla pelle sono la quotidianità. Spesso per estorcere altro denaro o solo per imporre la legge del più forte nei campi di detenzione. È tutto scritto nella carne dei richiedenti asilo visitati".

Per saperne di più

La guerra in Libia nel 2011 e la polemica di PeaceLink

Questa è la polemica con l'allora direttore di Rainews, Corradino Mineo, che sostenne la guerra in Libia per non "perennizzare" la dittatura di Gheddafi. Le obiezioni mossa dalle pagine web di questo sito appaiono più che mai attuali. PeaceLink fu una voce fuori dal coro, un coro che coinvolse nel 2011 purtroppo anche voci progressiste e persino del movimento per la pace. Veltroni incitò le associazioni a scendere in piazza.

La partecipazione italiana alla guerra in Libia fu approvata da una maggioranza parlamentare che Napolitano definì "schiacciante"

A distanza di tanto tempo, dobbiamo constatare che la guerra a Gheddafi non ha portato la democrazia e la libertà. In Libia si tortura e si violano pesantemente i diritti umani. Con la complicità dell'Italia e i fondi dell'Unione Europea.

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