“Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”
“Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”
Fin dall’inizio dell’invasione di terra di Gaza nel novembre 2023, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era prefissato almeno due obiettivi: prolungare la guerra come tattica per rimanere al potere e avviare una campagna genocida.
Per Netanyahu era arrivato il momento di superare la strategia “Mowing the Grass”, ovvero ripristinare gradualmente la deterrenza, per centrare la risposta sulla popolazione. A dicembre, nel nel corso di una visita in una base militare nel sud di Israele, aveva dichiarato ai militari che lo circondavano : “Abbiamo più obiettivi per questa guerra: eliminare Hamas, liberare tutti gli ostaggi e garantire che Gaza non rappresenti più una minaccia per lo Stato di Israele. Continueremo fino alla fine, fino alla vittoria. Nulla ci fermerà e siamo convinti di avere la forza, la volontà e la determinazione necessarie per raggiungere tutti gli obiettivi della guerra, e ci riusciremo”.
La risposta iniziale di Israele all’attacco di Ḥamās del 7 ottobre è stata quella di interrompere elettricità, cibo, medicine e acqua nell’intera area. Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant l’aveva detto: “niente elettricità, niente cibo, niente carburante, tutto sarà chiuso. Ho ordinato un assedio completo alla Striscia di Gaza” a cui si aggiungerà anche l’acqua. Poi aggiunge: “Stiamo combattendo animali umani, ci comportiamo di conseguenza’”. Le forze IDF intensificano la risposta militare espandendo le attività di terra nel nord della Striscia di Gaza impedendo alle di ambulanze di raggiungere i pazienti negli ospedali, evacuarli dalle strutture mediche sotto attacco e trovare un rifugio sicuro. “Gaza è diventato un cimitero per migliaia di bambini” dichiara il portavoce dell’Unicef James Elder”, l’ONU denuncia che la conta dei morti si fa sempre più difficile. L’Oms parla di "Catastrofe sanitaria". Il 26 ottobre l’Italia si astiene alla prima risoluzione dell’ONU che chiedeva una tregua umanitaria. In seguito Italia e Germania dimostreranno la loro piena fedeltà e solidarietà a Israele anche in presenza, sin dal 2024, di due mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e crimine di guerra verso Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant: entrambi hanno agito consapevolmente per l’impedimento deliberato dei soccorsi violando il diritto internazionale umanitario.
Mustafā Barghūthī, fondatore del partito Iniziativa Nazionale Palestinese e parente di Marwān Barghūthī, simbolo di resistenza in carcere dal 15 aprile 2002, riprendendo la frase del giornalista israeliano Gideon Levy, “Netanyahu non vuole la pace”, in un intervento su France 24 del 5 febbraio 2024 ha sostenuto che “Israele non sta cercando di distruggere Hamas, sta cercando di distruggere il popolo palestinese”.
Per quanto il presidente americano Joe Biden, dopo l’attacco del 7 ottobre, abbia cercato di assumere un ruolo di mediatore nel conflitto, ha continuato a inviare armi permettendo a IDF di colpire Hamas in aree densamente popolate, e a chiedere il cessate il fuoco continuando contemporaneamente a sostenere il diritto di Israele all’autodifesa.
Di fronte alle manifestazioni e alle occupazioni nei campus universitari contro Israele, agli sgomberi con la forza delle tendopoli e agli arresti, Biden ha affermato “Non siamo una nazione autoritaria in cui mettiamo a tacere le persone o reprimiamo il dissenso, ma non siamo nemmeno un paese senza legge. Siamo una società civile e l’ordine deve prevalere". Tuttavia sebbene vi sia una legge federale, la Foreign Assistance Act (FAA), che vieta l’assistenza e la vendita di armi leggere (fucili, pistole mitragliatrici, ecc.) a qualsiasi governo che si renda responsabile di violazioni dei diritti umani, è certo che armi americane sono finite in mano ai coloni israeliani.
I movimenti contro un genocidio annunciato
Sin dai primi bombardamenti su Gaza, l’onda della contestazione ha riempito le strade di tutto il mondo, Italia compresa. Bisognava quindi prepararsi tenendo separati due piani: uno teorico, ricostruire la storia della resistenza palestinese, e uno più pratico, ogni realtà si sarebbe autorganizzata per decidere come aiutare a porre fine al genocidio in atto.
Per avere una forza e una visibilità maggiore sono state organizzate, dal 2024 ad oggi, giornate mondiali con manifestazioni, scioperi, dibattiti e iniziative come le missioni della Global Sumud Flotilla via mare e via terra (Land Convoy). Accanto a questi momenti o percorsi unitari, per evitare lo sfaldamento che pure è stato intermittente, le diverse modalità di intervento e di analisi hanno permesso una certa continuità.
I governi che si sono resi complici del governo israeliano hanno reagito alle proteste del movimento usando la tattica dello screditamento e criminalizzazione. La maggioranza dei media occidentali hanno fatto la loro parte creando una narrazione a favore di Israele fornendo un quadro della realtà parziale e di parte. Un ruolo importante nella conoscenza degli accadimenti effettivi, e contro la manipolazione dei fatti, l’hanno avuto (e hanno ancora) figure importanti come Omar Barghouti, intellettuale palestinese difensore dei diritti umani, co-fondatore del movimento internazionale BDS e impegnato a parlare della resistenza palestinese, e Francesca Albanese, giurista e Relatrice Speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati, che ha denunciato l’uso dei doppi standard nell’applicazione del diritto internazionale, e l’occupazione israeliana trasformata in un sistema di "economia del genocidio". Preziosissimo è stato il lavoro svolto dai coraggiosi giornalisti palestinesi.
Sono stati i testimoni delle atrocità compiute dalla IDF (Israel Defense Forces) e dai coloni a Gaza e in Cisgiordania. Gli attacchi israeliani sono stati i più mortali anche per loro.
Secondo il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ) dall’inizio dell’invasione dell’ottobre 2023, il bilancio ha superato le 200 vittime. Al-Kheetan, portavoce dell’OHCHR, ha ricordato che colpire giornalisti e strutture mediche è vietato dal diritto internazionale umanitario. Al Washington Post IDF ha risposto che non colpisce intenzionalmente i giornalisti o i loro familiari: “Qualsiasi accusa di danno intenzionale ai civili, compresi i familiari dei giornalisti a causa della loro attività professionale, è completamente falsa”.
L’impegno testardo di chi continua a testimoniare la realtà di Gaza e della Cisgiordania e le complicità dei governi nel genocidio in atto, ha spinto ambiti del movimento a produrre dossier e bollettini finalizzati alla ricostruzione delle collaborazioni, iniziando dal proprio contesto.
È stata questa capacità di realizzare inchieste, organizzare manifestazioni e azioni mirate, a muovere la macchina da guerra di Israele nella sua specializzazione più invasiva e redditizia: la tecnologia militare e di controllo. Israele è un luogo dove la sorveglianza è capillare e riguarda sia il popolo israeliano sia quello dei Territori occupati. Inoltre l‘esportazione di sistemi d’arma in questi ultimi anni è aumentata.
Il tema inerente la colonizzazione e la politica della sorveglianza in Israele è stato ampiamente studiato dal sociologo palestinese Elia T. Zureik. In “Strategies of Surveillance: The Israeli Gaze”. Il sociologo ha sostenuto che il colonialismo faccia perno su violenza, territorio e controllo della popolazione. Prendendo in considerazione anche tutto il dibattito teorico intorno agli studi di Foucault, ha analizzato l’intreccio tra sicurezza, territorio e popolazione come terreno della biopolitica. La descrizione delle pratiche di sorveglianza israeliane spazia da quelle tradizionali con l’utilizzo di reti di spionaggio, collaboratori e informatori palestinesi, alla sorveglianza tecnologica. Strumenti utilizzati sempre e comunque contro il dissenso organizzato e contro l’opposizione al dominio coloniale. Da sottolineare che per gli individui ritenuti pericolosi dallo Stato, non era previsto alcun giusto processo. Situazione che è peggiorata negli anni stando alle denunce di più organizzazioni.
La cooperazione fra Italia e Israele sul tema in materia di pubblica sicurezza e intelligence, terrorismo, cybercrimine e tecnologie di sicurezza, è regolata da accordi bilaterali.
In occasione delle manifestazioni del 22 settembre 2025 l’Unione europea ha criticato Italia e Israele perché "La Commissione si oppone a qualsiasi tentativo di minaccia o intimidazione straniera sul territorio sovrano degli Stati membri", e Israele non fa eccezione”. Nel report, pubblicato dal ministero per gli Affari della diaspora e per la Lotta all’antisemitismo, sono indicati dettagli di luoghi, orari, livello di pericolosità dei presidi e le manifestazioni di Milano, Venezia, Napoli e Roma come quelle con il più alto livello di pericolosità. Fra i collettivi schedati vi sono quelli universitari, giovani palestinesi, Global Movement to Gaza, reti di città per la Palestina, lavoratori ex Gkn, ecc.
Il tema della repressione diventa necessariamente centrale non solo nel dibattito politico-giuridico:
Sicurezza o ordine pubblico ideale?, ma anche nel movimento per capire come tutelarsi.
Per documentare la repressione attuata nei confronti dei manifestanti è nato The European Legal Support Center (ELSC) perché sempre di più attivisti, lavoratori, studenti o semplicemente appartenenti alla società civile, hanno bisogno di un supporto legale.
Studentə per la Palestina
Sono stati fra i primi a organizzarsi svolgendo un lavoro di informazione sulla storia del popolo palestinese. Privilegiando voci palestinesi, hanno rifiutato la narrazione che enfatizza la data del 7 ottobre 2023 come l’inizio di una guerra definita spartiacque nel conflitto israelo-palestinese. Piuttosto viene presa la Nakba del 1948 come elemento di inizio del genocidio.
Con i bombardamenti emerge l’esigenza di mobilitarsi. A novembre in concomitanza di uno sciopero generale della scuola sulla legge di bilancio, scendono in piazza studenti medi e universitari, docenti e ricercatori, anche in solidarietà con il popolo palestinese e contro il governo italiano complice di stragi continue a Gaza.
Giornali e televisioni hanno descritto le proteste dei manifestanti scegliendo immagini e titoli allarmanti per orientare l’opinione pubblica a favore del governo italiano e dello Stato di Israele.
I primi ad essere colpiti dalla violenza poliziesca sono i giovanissimi. Durante i cortei di Firenze e
Pisa le forze dell’ordine hanno manganellato soprattutto i minorenni.
Con modalità diverse anche il corpo docente viene intimidito e censurato se esprime solidarietà al popolo palestinese attraverso ispezioni e circolari Valditara. È stato il ministro dell’istruzione e del merito Valditara, in piena sintonia con Meloni, a far capire velocemente che il governo avrebbe affidato alle istituzioni disciplinari (reclusione e formazione) e agli apparati di polizia, il ruolo centrale nelle attività di sicurezza, ordine e moralità.
Un momento particolarmente significativo per le Università di tutto il mondo è stato l’inizio dell’intifada studentesca: non solo occupazioni e scioperi, ma la decisione di piantare tende, le Acampade, luoghi aperti dove studenti, docenti e sindacati di base (principalmente) potevano avviare dibattiti e decidere di chiedere ai Rettori la fine degli accordi con le Università israeliane e con le aziende belliche. Negli incontri che hanno coinvolto anche i ricercatori (sempre più precari), sono emersi più elementi: accordi fra università e aziende belliche hanno un vincolo di segretezza, il termine dual-use viene usato per nascondere la natura militare di una ricerca, la centralità delle nuove tecnologie (intelligenza artificiale, calcolo quantistico, ecc.) nei nuovi sistemi d’arma e nelle nuove guerre. È poi emersa l’urgenza di mobilitarsi contro il riarmo europeo e per la difesa dei fondi pubblici all’istruzione. Tutti fattori che concorrono a peggiorare il clima di crisi globale che non esclude la possibilità di uno scontro nucleare anche solo regionale.
Vi sono stati anche momenti di incontro fra studenti e lavoratori, avendo l’obiettivo comune di mettere in discussione non solo l’ingerenza delle aziende della difesa nelle Università, ma anche la strategia di Leonardo Spa e Fincantieri di far crescere il settore della difesa a scapito di quello civile.
La pratica di incrociare inchiesta e azione politica ha coinvolto più campi. A partire dai portuali, che a febbraio 2026 hanno proclamato una giornata internazionale di azione nei porti europei, tappa della campagna basta rifornimenti e in ultimo con il sostegno alla Global Sumud Flotilla. Dai ferrovieri che nei loro bollettini si spingono oltre il confine nazionale per percorre le vie e i punti nevralgici di una Europa che si prepara alla guerra.
E dalla necessità di capire l’importanza strategica della logistica per la guerra, che sta militarizzando l’intero territorio per agevolare lo spostamento di militari via terra e via mare in Europa, e il materiale bellico, che deve partire per arrivare laddove verrà usato.
Reti, coordinamenti, spazi sociali, sindacati, ong e partiti propal
Dalla Nakba ad oggi sono 78 anni di resistenza palestinese. L’alleanza Trump-Netanyahu non poteva tollerare che la terra palestinese, Gaza e Gisgiordania, avesse una legittimità estranea ai loro valori. La loro visione del nuovo ordine mondiale prevede alleanze stabili e reciprocamente vantaggiose, ma possono avvenire solo fra Stati-nazione che abbiano una reale entità politica e autonoma. Secondo questa teoria, la distruzione del territorio palestinese deve essere totale e l’azione militare divenire misura di sicurezza radicale, preventiva.
Tuttavia i Giovani Palestinesi sono un esempio eccezionale di resistenza (sumud), rivendicazione e capacità di agire in grado di sfidare la narrazione che vuole disumanizzare e demonizzare un popolo. Ci hanno documentato lo stato della popolazione a Gaza e in Cisgiordania, la devastazione, gli attentati e i crimini di guerra. Ciononostante vogliono anche comunicarci la speranza di “persone che si aggrappano ancora a frammenti: condividono il cibo, pregano insieme, scrivono a lume di candela. Anche nello sfollamento e nel dolore, c’è una forte volontà di vivere e di resistere aggrappandosi a quel poco di normalità che rimane” (Noi non siamo numeri. Le voci dei giovani di Gaza).
Èiniziata nei social media e in più ambienti la possibilità di vedere filmati e leggere testimonianze, superando quella che si può chiamare guerra digitale messa in atto da Netanyahu e Trump. Il Centro arabo per la promozione dei social media, ha denunciato nel rapporto “Cancellati e soppressi: testimonianze palestinesi sulla censura di Meta” una censura che Meta ha messo in atto verso i contenuti palestinesi mentre ha lasciato passare contenuti d’odio nei loro confronti.
A Gaza, dopo aver tagliato le reti idriche, i valichi per l’importazione di merci e carburanti, sono stati bombardati ospedali e strutture mediche. La rete internazionale dei Sanitari per Gaza, operatori sanitari partiti dalla Palestina, è diventata una realtà indispensabile per testimoniare la distruzione del sistema sanitari, componente essenziale per attuare il genocidio dei palestinesi.
Una miriade di reti locali e nazionali hanno attivato iniziative e campagne di solidarietà e supporto umanitario dedicate ai rifugiati. In particolare la scuola per la pace piemontese si è impegnata, accogliendo la proposta di Mosbah Al-Halabi, a sostenere il progetto del Campo Bambini Orfani nel Nord di Gaza. Un nuovo rapporto dell’ONU ha denunciato che “i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”.
Ai morti e ai feriti si devono sommare i bambini vittime di separazioni, sfollamenti forzati, fame e mancanza di accesso all’istruzione e alla sanità.
Al peggioramento delle condizioni dei gazawi costretti a sfollamenti forzati di massa, si è vista una estremizzazione del linguaggio della stampa e media italiani per descrivere le manifestazioni in Italia. In quella organizzata a Roma il 5 ottobre 2024 ci sono stati tafferugli tra manifestanti e polizia con l’arresto, dopo una carica delle forze dell’ordine, di uno studente di 24 anni accusato di aver aggredito un funzionario della Digos. Per sostenere l’accusa, gli agenti hanno prodotto una serie di screenshots estratti da un video, mentre una contro-inchiesta di Index, ong indipendente che pubblica inchieste e rapporti sulle violenze di Stato, ha smentito tale versione dopo una accurata analisi dei video.
Una azione definita radicale è quella messa in atto dagli attivisti di Extinction Rebellion nel marzo 2025: saliti sulla ciminiera della sede di Leonardo in corso Francia, hanno realizzato una grande scritta, “Life Not War” e srotolato uno striscione: “La guerra parte da qui”.
L’azienda è accusata dal movimento di essere responsabile, insieme al governo, della vendita di armi impiegate in aree di conflitto. Oggi quella azione denunciata dall’azienda è stata archiviata perché non c’era violenza e “il messaggio veicolato era positivo e volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla pace e il disarmo”. Peraltro il 26 gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia aveva ordinato a Israele di prevenire atti di genocidio a Gaza. Nella relazione viene inoltre ritenuto qualificabile come complicità e concorso nel delitto, il sostegno non solo materiale agli autori del genocidio.
Su questa base, il gruppo Giuristi e Avvocati per la Palestina ha presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale con la richiesta di indagare il ruolo del Governo italiano perché continua a mantenere una cooperazione militare, economica e diplomatica con Israele.
“In nome della legge giù le armi, Leonardo” è invece una causa civile intentata al Tribunale civile di Roma. Più associazioni hanno deciso di portare in tribunale Leonardo Spa e lo Stato italiano per chiedere di dichiarare nulli i contratti di vendita e fornitura d’armi stipulati con Israele.
Iniziative che hanno avuto un grande supporto dalla deputata Stefania Ascari, più volte indicata dalla destra come antisemita, e vicina a presunti terroristi, perché troppo attiva e vicina alla causa palestinese. La prima con i Fabio Marcelli, Domenico Gallo e Gianluca Vitale, la seconda con la presenza del responsabile embargo del BDS per presentare un dossier su Leonardo e le sue relazioni con Israele.
Nell’estate del 2025 c’è stata la partenza della Global Sumud Flotilla, missione che ha unito 44 paesi con circa 50 barche, allo scopo di portare aiuti e rompere il blocco navale e l’assedio su Gaza. È in questo clima di immobilismo totale dei governi occidentali, di Israele che continua a uccidere giornalisti e impedire l’ingresso degli aiuti umanitari, che comincia l’ennesima denigrazione della stampa con l’accusa alla Flotilla di essere finanziata da Hamas.
Il 22 agosto, pochi giorni prima della partenza, l’ONU aveva dichiarato ufficialmente lo stato di carestia a Gaza: più di mezzo milione di persone si trovavano in uno stato “catastrofico a causa dell’ostruzionismo israeliano”.
A Genova i lavoratori del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp), insieme al sindacato di base USB, proclamano uno sciopero generale nazionale per il 22 settembre 2025 a sostegno della missione umanitaria Global Sumud Flottilla. In circa 80 città centinaia di migliaia di persone partecipano ai cortei, blocchi stradali, ferroviari e portuali in maniera pacifica. Eppure le principali testate giornalistiche si soffermeranno sugli scontri avvenuti nella stazione di Milano accusando i centri sociali e i giovani arabi appellandoli delinquenti per Gaza.
La premier Meloni parlerà di scene indegne, di violenze e distruzioni e di 60 (numero magico) agenti feriti. Non manca di definire la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla una “iniziativa pericolosa e irresponsabile finalizzata a creare problemi al governo”.
È d’accordo con l’amico Netanyahu quando afferma che il riconoscimento della Palestina di vari Paesi occidentali è un “premio al terrorismo”. E non riconosce lo Stato di Palestina.
Nel maggio 2026, di fronte all’assalto di 22 barche al largo dell’isola di Creta da parte delle Forze IDF e alle torture subite dagli attivisti della Flotilla, la premier insieme alla Germania chiede a Israele “un gesto di buona volontà”.
In una intervista il filosofo Étienne Baribar parla della dicotomia che divide le posizioni della
Flotilla e degli Stati di fronte al genocidio di Gaza: la prima ha fatto vedere ciò che è intollerabile a Gaza, i secondi l’ipocrisia degli Stati che invocano l’apertura di Gaza agli aiuti internazionali d’urgenza e poi si rifiutano di agire in coerenza con le proprie parole.
Convergere – Salpare – Insorgere
La stupenda opera che la street artist Laika ha donato al Collettivo di Fabbrica ex GKN per i loro 5 anni di lotta, racconta la convergenza delle lotte tra terra e mare: tra chi difende il lavoro dignitoso e costruisce un’alternativa ecologica dal basso, chi salva vite nel Mediterraneo e chi rompe l’assedio di Gaza con la Flotilla. Esperienze accomunate dallo stesso principio: il mutuo soccorso.
Scrivono i lavoratori: “L’opera è stata proiettata sui palazzi istituzionali, sulla ex Gkn che è occupata dagli affari immobiliari, sulla Leonardo, lungo il nostro fiume, sulla nostra storia. La convergenza è il nostro spazio ed è l’unico modo per affrontare il nostro tempo. Non è un caso che chi salva vite in mare venga criminalizzato, così come chi presidia una fabbrica per difendere il lavoro e costruisce una alternativa che farebbe vacillare il modello capitalista dominante”.
A settembre 2026 salpa il progetto di reindustrializzazione: “Salpiamo contro il riarmo!” Il Collettivo di fabbrica, i tecnici e gli esperti solidali, i soci finanziatori riuniti in assemblea hanno deciso di non aspettare più l’aiuto di un intervento pubblico, mai arrivato.
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