Investimenti, armi, diritto internazionale

Come i Paesi Bassi finanziano l'economia di guerra israeliana

Un'inchiesta in sei puntate del centro di ricerca olandese SOMO ricostruisce il ruolo dei Paesi Bassi come principale snodo finanziario di Israele nel mondo
Francesco Iannuzzelli12 luglio 2026
Fonte: SOMO, The Netherlands-Israel Investment Files, https://www.somo.nl/the-netherlands-israel-investment-files/ - 30 giugno 2026

The Netherlands-Israel Investment Files

Il 30 giugno 2026 SOMO, il Centro di ricerca sulle imprese multinazionali di Amsterdam, ha pubblicato The Netherlands-Israel Investment Files, una serie di cinque dossier firmati dal ricercatore Jasper van Teeffelen, con Lydia de Leeuw per la parte giuridica. L'inchiesta si basa esclusivamente su fonti pubbliche: bilanci depositati alla Camera di commercio olandese, dati della Banca centrale dei Paesi Bassi (DNB), del Fondo monetario internazionale e dei ministeri. Alle sei aziende esaminate è stato dato modo di replicare.

La tesi è semplice e documentata: mentre Gaza viene distrutta, i Paesi Bassi non si limitano a non sanzionare Israele anzi, ne facilitano attivamente l'economia.

I numeri

Nel 2024, ultimo anno disponibile, gli investimenti diretti esteri israeliani nei Paesi Bassi hanno raggiunto i 44,9 miliardi di euro. È oltre la metà di tutti gli investimenti diretti israeliani nel mondo, circa quattro volte quanto Israele ha investito negli Stati Uniti (11,1 miliardi). Il flusso va in entrambe le direzioni: nello stesso anno i Paesi Bassi hanno investito 27,3 miliardi di euro in Israele, secondi solo agli Stati Uniti.

Ma quel denaro, spiega il primo dossier, è quasi tutto altrui. Lo ammette lo stesso ministro degli Esteri olandese, secondo cui molti flussi di capitale stranieri raggiungono Israele passando per i Paesi Bassi: gli investimenti provenienti da imprese realmente olandesi valgono meno di un miliardo di euro sui 27,3 complessivi, cioè meno del 4 per cento. Oltre il venti per cento del totale passa da special purpose entities, le cosiddette società di comodo prive di sostanza economica; tutto il resto sono multinazionali straniere che hanno nei Paesi Bassi una qualche attività reale e proprio per questo ne acquisiscono la nazionalità. Il paese funziona insomma da intermediario: il capitale entra, cambia bandiera e riparte.

Il vantaggio di questo passaporto è fiscale e giuridico. La Tax Justice Network colloca i Paesi Bassi al settimo posto mondiale sia come facilitatore dell'abuso fiscale delle imprese sia come facilitatore della segretezza finanziaria. La stessa Bance Centrale dei Paesi Bassi (DNB) ammette che le multinazionali fanno transitare grandi somme attraverso holding finanziarie olandesi per ragioni legali e fiscali; un rapporto SOMO del 2024 documenta in dettaglio il funzionamento del paese come paradiso fiscale.

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ISDS sta per investor-state dispute settlement, arbitrato tra investitore e Stato. È una clausola contenuta nei trattati bilaterali sugli investimenti, e in alcuni accordi multilaterali come il Trattato sulla Carta dell'Energia, che consente a un'impresa straniera di citare direttamente in giudizio lo Stato che la ospita quando ritiene che una misura pubblica abbia danneggiato il valore del suo investimento.

I punti che contano sono quattro.

Non si va davanti a un tribunale nazionale. La causa si svolge davanti a un collegio arbitrale privato, spesso presso l'ICSID della Banca mondiale, composto da tre arbitri scelti in parte dalle parti stesse. Le procedure sono in larga misura riservate.

Il diritto è asimmetrico. Solo l'investitore può attivare la procedura, mai lo Stato. E non deve dimostrare un illecito, ma che il trattamento ricevuto ha violato standard formulati in modo elastico, come il «trattamento giusto ed equo», o che equivale a un'espropriazione indiretta.

Le somme sono enormi. In Italia il caso più noto è quello di Rockhopper: dopo il divieto di trivellazione entro le dodici miglia dalla costa, che aveva bloccato il progetto Ombrina Mare al largo della Costa dei Trabocchi, la società britannica ha ottenuto nel 2022 un lodo che ha condannato lo Stato italiano a pagare 190 milioni di euro più interessi al 4 per cento. Gli stessi Paesi Bassi sono stati citati da RWE per 1,4 miliardi di euro a causa della legge sull'uscita dal carbone; la società ha ritirato la causa nel 2023 solo dopo una sentenza sfavorevole della Corte federale tedesca.

L'effetto principale è dissuasivo. Anche la sola minaccia di una causa può indurre un governo a rinunciare a una norma ambientale, sanitaria o fiscale. È il cosiddetto regulatory chill, il raffreddamento della capacità regolatoria.

Perché tutto questo è rilevante per l'inchiesta SOMO: i Paesi Bassi hanno una delle reti di trattati più estese e più favorevoli agli investitori al mondo, e chiunque costituisca lì una società, anche puramente formale, ne acquisisce l'accesso. Secondo il datahub di SOMO, i trattati olandesi sono stati usati in quasi il dieci per cento dei casi ISDS mondiali, secondi solo a quelli statunitensi, e molte cause sono state avviate da società prive di reale attività economica nel paese. Un'impresa israeliana che passi per una holding olandese ottiene quindi anche questa protezione. Ed è la ragione per cui, se domani L'Aia decidesse di congelare attivi o revocare vantaggi fiscali, potrebbe trovarsi citata in arbitrato proprio dalle imprese che ha corteggiato.

A questo si aggiunge la rete olandese di trattati bilaterali con clausole ISDS, che permettono alle imprese di citare in giudizio gli Stati davanti a tribunali arbitrali: i trattati olandesi sono stati usati in quasi il dieci per cento dei casi ISDS mondiali, secondi solo a quelli statunitensi.

Uno Stato che fa da procacciatore

Il primo dossier mostra che nulla di tutto questo è accidentale. La Netherlands Foreign Investment Agency (NFIA), agenzia del ministero dell'Economia, ha un ufficio presso l'ambasciata olandese a Tel Aviv dal 2012. Nell'aprile 2025, quando la Corte internazionale di giustizia aveva già parlato di rischio plausibile di genocidio, la Corte penale internazionale aveva già emesso mandati d'arresto e oltre cinquantamila palestinesi erano stati uccisi a Gaza, quell'ufficio ha organizzato un evento di networking per mettere in contatto investitori e imprenditori israeliani e olandesi. Le foto sono finite su LinkedIn, come documenta SOMO.

Fino al maggio 2025 la RVO, l'agenzia del ministero dell'Economia che promuove le imprese olandesi all'estero, presentava sul proprio sito Israele come «la Start-Up Nation», paese forte nella cybersicurezza e interessante banco di prova per le nuove tecnologie. La pagina è stata poi rimossa. Negli anni precedenti si erano susseguite le missioni commerciali: quella del principe Constantijn nel 2018, quella della ministra Sigrid Kaag nel 2019, la visita del premier Mark Rutte nel 2022.

Interpellata da SOMO, la NFIA ha risposto di non promuovere né facilitare l'elusione fiscale e di attenersi alla politica di scoraggiamento degli investimenti nelle colonie illegali. Una politica che Amnesty, Oxfam Novib, PAX, SOMO e The Rights Forum giudicano largamente insufficiente.

Rafael ed Elbit, europei per via olandese

Il secondo dossier è quello che riguarda più da vicino chi si occupa di disarmo. Due dei maggiori produttori di armi israeliani, definiti da Amnesty International profondamente integrati nelle operazioni militari israeliane nei territori occupati, usano i Paesi Bassi come base per possedere le proprie controllate europee.

Rafael Advanced Defense Systems è interamente di proprietà dello Stato di Israele e ricade sotto la responsabilità del ministero delle Finanze, guidato da Bezalel Smotrich. Nel 2025 ha registrato oltre sei miliardi di dollari di vendite e 391 milioni di utile netto, definendolo «un altro anno record»; metà dell'utile netto viene trasferita ogni anno al tesoro israeliano. Le sue controllate europee in Germania, Spagna e Regno Unito sono possedute da ERCAS B.V., società costituita nei Paesi Bassi nel 2004, con sede legale all'Aia, zero dipendenti nel paese e circa 210 milioni di euro di attivi. Una società di comodo, in sostanza, classificata come «piccola impresa» e quindi tenuta a pubblicare solo un bilancio sintetico. L'attività effettiva sta a Londra, dove risiede l'amministratore e dove ERCAS ha una filiale con tre dipendenti. Ma l'indirizzo londinese che la società indica pubblicamente è stato trovato chiuso e inutilizzato da anni dai giornalisti di Declassified UK.

Attraverso ERCAS, Rafael controlla la tedesca Dynamit Nobel Defence, che produce lanciarazzi per il governo tedesco e altri partner NATO, la britannica Pearson Engineering, acquisita nel 2022 per cento milioni di sterline, e la spagnola PAP Tecnos, a cui nel 2025 Madrid ha sospeso un contratto da 285 milioni di euro proprio per i legami con Israele.

Qui SOMO segnala la contraddizione più stridente. Nel luglio 2025 il governo olandese ha dichiarato Smotrich persona non grata, vietandogli l'ingresso per le sue dichiarazioni di incitamento alla pulizia etnica a Gaza. Ma la società che fa capo al gruppo di cui Smotrich è politicamente responsabile continua a essere ospitata all'Aia.

Elbit Systems, prima azienda armiera israeliana quotata e società a maggiore capitalizzazione di borsa del paese, con otto miliardi di dollari di ricavi nel 2025, possiede le sue controllate in Germania, Austria e Romania tramite due società olandesi, Truley Investment B.V. e Talla-Com Wireless B.V., entrambe classificate come microimprese e quindi soggette a obblighi informativi minimi. L'Europa è il suo primo mercato dopo Israele, con il 27 per cento delle vendite. Né Rafael né Elbit hanno risposto alle richieste di commento di SOMO.

Cybersicurezza e giganti industriali

Il terzo dossier riguarda Check Point Software e la statunitense Palo Alto Networks, entrambe fondate da veterani dell'Unità 8200, l'unità di guerra cibernetica dell'esercito israeliano, protagonista della sorveglianza di massa dei palestinesi.

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Dal 2022 l'Unità 8200 dell'esercito israeliano ha archiviato sulla piattaforma cloud Azure di Microsoft le registrazioni di milioni di telefonate intercettate di palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, poi analizzate per pianificare bombardamenti e arresti. Secondo l'inchiesta di Guardian, +972 Magazine e Local Call del 6 agosto 2025, fondata su documenti interni trapelati e undici fonti, gran parte di quell'archivio risiedeva su server Microsoft situati proprio nei Paesi Bassi. I documenti mostrano anche che i vertici dell'azienda avevano considerato il rapporto con l'unità un'opportunità commerciale di rilievo.

Nel maggio precedente Microsoft aveva dichiarato che una propria revisione interna non aveva trovato prove di usi lesivi della sua tecnologia. Solo dopo la pubblicazione dell'inchiesta, e dopo mesi di protesta dei suoi stessi dipendenti, culminati nel licenziamento di cinque di loro, l'azienda ha commissionato un'indagine esterna e il 25 settembre 2025 ha disattivato una serie di servizi cloud e di intelligenza artificiale. Nella comunicazione ai dipendenti, il presidente Brad Smith ha citato tra gli elementi emersi proprio il consumo di capacità di archiviazione Azure nei Paesi Bassi da parte del ministero della Difesa israeliano.

La portata del gesto va però ridimensionata. Microsoft continua a fornire altri prodotti allo stesso ministero. E nel frattempo l'archivio era già al sicuro altrove: nei giorni immediatamente successivi all'inchiesta di agosto, con largo anticipo sulla decisione di settembre, l'Unità 8200 aveva spostato i dati fuori dai server olandesi. Secondo fonti dell'intelligence citate dal Guardian, la destinazione era il cloud di Amazon Web Services. Né l'esercito israeliano né Amazon hanno risposto alle richieste di commento.

Su questo terreno il caso Microsoft, che nel 2025 ha tolto all'Unità 8200 l'accesso ad alcuni suoi servizi cloud dopo un'inchiesta giornalistica, tocca da vicino i Paesi Bassi: i dati della sorveglianza erano archiviati su server olandesi. Se ne parla nel box qui a fianco.

Il quarto dossier documenta il caso di ICL Group, azienda chimica israeliana in cui lo Stato di Israele mantiene una golden share a tutela dei propri interessi vitali, e di Teva, il maggiore datore di lavoro privato israeliano e uno dei primi produttori mondiali di farmaci generici, con 16,5 miliardi di dollari di ricavi nel 2024. Entrambe hanno il quartier generale europeo nei Paesi Bassi.

ICL vi si è insediata nel 2014 dopo un lungo corteggiamento del governo Rutte, che le offrì un trattamento fiscale competitivo a quello svizzero e propose persino di coprire metà della parcella dei consulenti fiscali, fino a venticinquemila euro. Teva ha costruito una rete di società finanziarie olandesi senza dipendenti che emettono obbligazioni miliardarie e ne girano il ricavato alle consociate del gruppo: una sola di esse, la Teva Pharmaceutical Finance Netherlands III B.V., aveva a fine 2024 otto prestiti obbligazionari in essere per 9,7 miliardi di dollari.

SOMO ricorda inoltre che Teva sostiene da anni l'esercito israeliano: nel 2016 ha aderito al programma «Adotta un battaglione», e in una intervista del 2024 il suo amministratore delegato ha dichiarato di voler dare voce alla prospettiva israeliana, a suo dire soffocata dal modo in cui operano i media. Nel 2025 alcuni fondi pensione danesi hanno disinvestito da Teva proprio per i suoi legami con l'esercito. (Ndr: Teva è oggetto della campagna di boicottaggio «Teva? No grazie!» promossa da BDS Italia, che riguarda anche i marchi Ratiopharm, Cephalon e Dorom.)

Il conto giuridico

L'ultimo dossier riguarda il piano del diritto. Nel novembre 2025 la Corte d'appello dell'Aia ha stabilito che esiste un rischio serio che Israele stia commettendo genocidio a Gaza, dopo le conclusioni della Commissione d'inchiesta ONU, della Relatrice speciale e di Amnesty International. Ogni Stato ha l'obbligo di impiegare tutti i mezzi ragionevolmente disponibili per prevenire il genocidio, e l'ampiezza di quell'obbligo dipende dalla capacità effettiva di influenzare chi lo commette. La stessa commissione consultiva sul diritto internazionale del governo olandese, la CAVV, ha chiarito nell'agosto 2025 che uno Stato deve spiegare quali misure adotta, perché le ritiene efficaci e, se si rivelano inefficaci, aumentare la pressione. Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 impone inoltre agli Stati terzi di astenersi da rapporti economici che consolidino la presenza illegale israeliana nei territori occupati.

Il governo olandese sostiene di avere «influenza limitata» sui flussi di capitale verso Israele. SOMO risponde con un precedente: dopo l'invasione russa dell'Ucraina e le sanzioni europee, gli investimenti diretti da e verso la Russia attraverso i Paesi Bassi sono crollati. La capacità c'è, manca la volontà.

Le misure elencate sono concrete e unilaterali, non richiedono un mandato europeo: denunciare il trattato fiscale bilaterale con Israele, chiudere l'ufficio NFIA di Tel Aviv, negare ruling fiscali alle imprese collegate allo Stato israeliano o coinvolte in violazioni nei territori occupati, congelare gli attivi olandesi delle società che contribuiscono a genocidio, occupazione e apartheid, vietare la fornitura di servizi fiscali, contabili e di revisione a quelle stesse società. Gli articoli 65 e 347 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea consentono agli Stati membri di limitare i movimenti di capitali per ragioni di ordine pubblico o di sicurezza internazionale.

La conclusione di SOMO è netta. In presenza di un genocidio, l'esercizio della leva economica non è una scelta politica discrezionale: è l'adempimento di un obbligo giuridico. E l'inerzia ha un costo che non è soltanto morale. La stessa Corte d'appello dell'Aia ha stabilito che lo Stato può essere chiamato a rispondere in giudizio proprio per essersi astenuto dall'adottare misure. È il conto che, prima o poi, i Paesi Bassi rischiano di dover pagare.

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