Oro insanguinato
C’è un filo diretto che unisce i massacri della guerra in Sudan ai grandi hub finanziari globali e, infine, alle nostre gioiellerie. È il sistema internazionale di contrabbando dell’oro, una delle principali risorse a disposizione degli attori del conflitto armato sudanese per finanziare la loro macchina da guerra, che in oltre tre anni ha provocato una crisi umanitaria da decine di migliaia di morti e oltre 12 milioni di persone in fuga. Gli strumenti per incidere su questa filiera di morte esistono, anche se il traffico di oro si articola lungo catene di valore opache e difficili da monitorare e attraverso snodi di smistamento che appaiono intoccabili.
L’incontro di Roma
Decine di organizzazioni della società civile italiana si sono riunite in settimana per elaborare delle possibili linee di intervento per promuovere la trasparenza e contrastare il traffico di oro e l’utilizzo che ne viene fatto per finanziare la guerra. L’invito è partito dai missionari comboniani, che hanno anche ospitato l’incontro nella loro sede romana di via Lilio. L’iniziativa è stata suddivisa in due parti: prima i contributi tecnici di alcuni dei maggiori esperti mondiali su commercio e contrabbando dell’oro e sulla regolamentazione dei minerali da conflitto. Poi, il confronto sulle possibili linee da seguire a partire da questo patrimonio di dati e informazioni. Il workshop è una nuova tappa di un cammino cominciato oltre 18 mesi fa, scandito da appelli alle istituzioni, sit-in, conferenze stampa in Parlamento, momenti di sensibilizzazione pubblica. Quelle che leggerete sono rielaborazioni di quanto emerso dall'iniziativa di Roma, di cui Nigrizia ha dato un ampio resoconto.
La situazione si fa critica in Kordofan
Un grido che è rimasto spesso inascoltato mentre il timore di nuovi massacri di massa si fa sempre più concreto in Nord e Sud Kordofan, dove le Forze di supporto rapido (RSF) proseguono con i loro assedi e sembrano prepararsi a un attacco sulla città di El Obeid, capoluogo della provincia settentrionale della regione. La grande paura è rivedere le violenze indiscriminate che hanno segnato l’ingresso delle Rsf a El-Fasher nel 2025 o la conquista di Geneina nel 2024, rispettivamente i capoluoghi di Darfur settentrionale e occidentale. Ma la violenza estrema ha segnato tutto il conflitto e ha visto tra i responsabili anche le Forze armate sudanesi (SAF) che contro le RSF stanno combattendo.
Mentre si moltiplicano gli appelli a non distogliere lo sguardo dal Kordofan, indiscrezioni del quotidiano britannico Guardian puntano i riflettori sul governo del Regno Unito, che piuttosto che indisporre gli Emirati Arabi Uniti avrebbe rinunciato a intervenire sui massacri in Darfur e taciuto le informazioni in suo possesso sul ruolo nel conflitto dell’Etiopia, alleato di Abu Dhabi. Londra che è anche il governo di riferimento per le questioni sudanesi presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il cosiddetto penholder. Una indicazione in più, solo l’ultima in ordine di tempo, verso la necessità di ampliare la prospettiva e guardare anche alle responsabilità internazionali e alle reti globali che contribuiscono a perpetuare questo conflitto, come il contrabbando dell’oro che proprio negli Emirati vede uno snodo fondamentale.
Capire il conflict gold
Le coordinate di base sui traffici del minerale prezioso dal Sudan le hanno fornite Marc Ummel e Sasha Lezhnev. Il primo è ricercatore della ong svizzera Swissaid, specializzata nel monitoraggio del commercio di oro a livello internazionale e in modo particolare dall’Africa. Il secondo è invece senior advisor dell’organizzazione di advocacy The Sentry, da sempre in prima linea nello studio e i contrasto ai minerali da conflitto.
I dati parlano chiaro: analizzando le cifre ufficiali sulle esportazioni di Khartoum e i numeri ufficiali delle importazioni nei paesi partner, si desume che tra il 50 e il 70% dell’oro sudanese viene contrabbandato ogni anno. Parliamo di una porzione significativa di un totale da 70 tonnellate annue, il cui valore complessivo si stima essere tra i 9 e i 12 miliardi di dollari. L’oro rappresenta circa il 70% del totale delle esportazioni sudanesi. Nell’economia del paese ha assunto la centralità che aveva prima il petrolio, risorsa venuta meno per circa il 75% delle riserve totali dalla scissione con il Sud Sudan nel 2011.
L’oro viene estratto e contrabbandato da entrambe le principali fazioni coinvolte dal conflitto, anche se non è facile determinare quanto ne venga prodotto dalle RSF e quanto dalle SAF. Dal 2023 i dati ufficiali della Sudanese Mineral Resource Company (SMRC) non comprendono le cifre relative all’oro estratto nelle zone sotto controllo delle RSF. Secondo alcune stime comunque, la quota in capo alla milizia è inferiore a quella esportata dall’esercito, contrariamente a quanto viene spesso sostenuto nel dibattito pubblico.
Uno degli aspetti più complessi dell’industria aurifera sudanese è rappresentato dal fatto che il 90% della produzione è eseguita da piccoli minatori artigianali, o tradizionali, le cui attività sono molto più complesse da monitorare. Quel che è certo è appunto che sia RSF che SAF contrabbandano oro fuori dal paese: le prime attraverso Ciad, Libia, Sud Sudan e da quest’ultimo verso il Kenya e l’Uganda. Il secondo principalmente tramite l’Egitto e in misura minore attraverso l’Eritrea.
Anatomia di un hub fondamentale
La destinazione finale è invece una sola: gli Emirati Arabi Uniti. Questo nonostante l’anno scorso le autorità di Port Sudan, e quindi le SAF, abbiano bloccati i voli verso il paese. Abu Dhabi non è quindi più la prima destinazione del commercio di oro regolare, che si è spostato verso Egitto e Qatar, mentre la stragrande maggioranza della produzione aurifera finisce comunque negli Emirati tramite i flussi illegali che passano per i paesi vicini.
Quello che succede nel piccolo paese della penisola arabica merita un approfondimento: Ummel ha spiegato come gli Emirati Arabi Uniti siano il secondo importatore mondiale di oro dopo la Svizzera, con circa 1.400 tonnellate annue per un valore di 105 miliardi di dollari. Più della metà di questo oro proviene dall’Africa. Il paese è inoltre un gigantesco hub internazionale, con fino a 50 raffinerie tra grandi e piccoli impianti e migliaia di società commerciali attive nelle zone di libero scambio come il Dubai Multi Commodities Centre (DMCC).
Lezhnev ha evidenziato come nei mercati tradizionali del paese operino fino a 10mila piccoli venditori che comprano tutto in contante e poi vendono alle grandi raffinerie senza alcuna possibilità di monitoraggio. I controlli doganali si dimostrano spesso fittizi, gli audit vengono eseguiti in modo blando. Il risultato è che nel solo 2022 gli Emirati hanno importato più di 405 tonnellate di oro illegale dal continente africano.
Riforme svanite nel nulla
Le normative emiratine si sono fatte più stringenti dopo che proprio nel 2022 gli Emirati Arabi Uniti sono stati inseriti nella lista grigia dei paesi sotto osservazione per il riciclaggio del Gruppo d’azione finanziaria internazionale (GAFI). Per uscirne, l’anno successivo gli Emirati hanno introdotto una nuova normativa sulla due diligence per l’approvvigionamento responsabile d’oro. Ummel e Lezhnev convengono sul fatto che la legge sia ottima sulla carta ma che la sua implementazione sia stata a dir poco lacunosa. Neanche un grammo di oro illegale è stato nei fatti bloccato alle frontiere dalle autorità emiratine. Non da ultimo, gli Emirati sono stati infine rimossi dalla lista grigia della GAFI l’anno scorso.
Secondo Lezhnev di The Sentry, gli Emirati Arabi Uniti possono beneficiare di alleati internazionali molto potenti come Stati Uniti e Israele e possono facilmente mettersi a riparo da sanzioni e meccanismi di monitoraggio più stringenti.

Il ruolo della Svizzera
I problemi però non si fermano ai confini degli Emirati. Solo nel 2025, 420 tonnellate provenienti dal paese sono finite in Svizzera, un incremento ulteriore dalle 150 tonnellate del 2024 che ha fatto di Berna la prima destinazione dell’oro riesportato da Dubai. L’oro arriva nella confederazione elvetica già raffinato, fattore che complica ulteriormente la possibilità di accertarne l’origine.
Il cammino che dai massacri in Sudan porta fino alle nostre case inizia a farsi più chiaro: l’oro esce dal paese, passa per l’Egitto, la Libia o il Ciad, infine arriva negli Emirati Arabi Uniti sfruttando le numerose lacune nel monitoraggio della filiera. Nella penisola arabica viene raffinato. Da lì, ormai non più rintracciabile nelle sue origini, entra in Svizzera e da lì ai mercati europei, come si vedrà a breve.
Sebbene infatti quattro delle cinque grandi raffinerie svizzere si rifiutino di importare dagli Emirati Arabi Uniti per via della poca trasparenza della filiera, la quinta raffineria, Valcambi, importa invece quasi la totalità di questo oro. Ma dichiara che il suo oro è "pulito". E respinge le critiche. Dopo anni di pressione della società civile, Valcambi è stata obbligata a rendere pubblici i suoi fornitori emiratini. Alla luce di quanto comunicato dall’azienda svizzera, i rischi di triangolazione con oro contrabbandato dal Sudan risultano evidenti, seppur molto difficili da verificare con certezza assoluta. Valcambi si rifornisce infatti da almeno una raffineria che compra in Egitto e un’altra che acquista direttamente dal Sudan.
Sollecitata dalla società civile, Valcambi ha ammesso di importare grandi quantità di oro dagli Emirati, ma precisa di lavorare solo con due raffinerie, di esigere i certificati d’origine e di escludere i paesi sottoposti a sanzioni. Non basta però, vista l’opacità che contraddistingue il sistema emiratino. La conferma arriva dalle autorità di Berna, a cui Swissaid ha chiesto se l’oro del Sudan arriva in Svizzera attraverso gli Emirati Arabi Uniti. Il governo elvetico ha risposto di non poter garantire con certezza l’origine del metallo importato dal paese.
Cosa succede in Ue
Comprendere il funzionamento dei mercati emiratino e svizzero è fondamentale per avere un’idea chiara di come funzioni il contrabbando dell’oro. Del resto quasi il 65% di tutto il metallo importato in Unione europea proviene dalla Svizzera. Questo metallo viaggia già con le più autorevole certificazioni del settore, quella fornita dalla London Bullion Market Association (LBMA) e dalla Responsible Jewellery Council (RJC), lo standard utilizzato dall’industria dell’orologeria e dei gioielli di lusso.
Questo avviene perché le maggiori raffinerie svizzere, compresa Valcambi, sono certificate LBMA. In teoria quindi, questo oro non comporterebbe più alcun problema, mentre individuarne l’origine è di fatto impossibile. La regolamentazione UE sui Minerali da conflitti presenta poi una serie di limiti strutturali. I controlli previsti da questa normativa, introdotta per la prima volta nel 2017, si fermano al fornitore di primo livello. Questo significa che se un’autorità di controllo in Italia o in Germania volesse verificare da dove proviene l’oro acquistato da un proprio importatore, scoprirebbe solo che è arrivato dalla Svizzera, senza poterne ricostruire l’intera filiera a ritroso.
C’è poi un ulteriore livello di ambiguità. La Commissione europea ha stabilito che lo standard della LBMA non soddisfa le condizioni generali di riconoscimento, dichiarando che né le politiche, né gli standard, né la loro implementazione pratica sono pienamente allineati ai criteri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che sono al momento ritenuti i più autorevoli e affidabili. Secondo Ummel di Swissaid, si è davanti a un evidente paradosso: da un lato la Commissione riconosce che lo standard LBMA è pieno di falle e si rifiuta di certificarlo; dall’altro, gli stessi paesi europei continuano a rifornirsi di oro svizzero protetto da quella stessa certificazione.
Nella pratica, la possibilità di assicurarsi che l’oro che arriva in Europa non sia “da conflitto” si allontana sempre di più.
Nel corso dell’incontro romano, un ragionamento sul regolamento Ue è stato approfondito da Erik Burckhardt, Global Policy Adviser del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), con una lunga esperienza di incarichi nelle istituzioni europee. L’esperto ha spiegato come le norme europee siano state sottoposte a una revisione nel 2024. La consapevolezza di una serie di mancanze era presente, ma c’era la fiducia che molti dei problemi potessero essere indirettamente risolti da un altro regolamento su cui si stava lavorando in quella fase, relativo alla due diligence per le grandi aziende. Il problema è che la sempre crescente competizione geopolitica che si registra negli ultimi anni è finita per orientare la normativa verso la competitività, lasciando di fatto inalterati molti dei problemi relativi alla trasparenza. L’effetto benefico sulla questione dei minerali da conflitto, infine, non c’è stato.
La difficoltà a intervenire sul tema presso le istituzioni dell’UE è stata sottolineata in video collegamento anche dall’eurodeputato Marco Tarquinio (PD), che ha chiesto alla società civile di continuare a incalzare gli esponenti della politica europea su questi temi e promesso di proseguire nel suo impegno di sensibilizzazione sulla guerra in Sudan. Tarquinio ha anche segnalato un lento ma decisivo cambio di sensibilità a Bruxelles, dove sempre più spesso si riconosce il ruolo decisivo giocato nel conflitto da attori esterni, su tutti gli Emirati.
Focus Italia
L'Italia ha importato oro direttamente dal Sudan fino al 2022, per poi fermarsi nel 2023 a causa dello scoppio della guerra. Nel 2025 l’Italia ha importato ben 178 tonnellate di oro, una quota significativa. Per la prima volta, la maggior parte di questo metallo è arrivato dagli Stati Uniti, e non dalla Svizzera, che è stato il secondo paese di arrivo del metallo. Circa 30 tonnellate sono giunte direttamente dagli Emirati Arabi Uniti.
Cosa andrebbe fatto
Ummel e Lezhnev, i due esperti che hanno fornito la panoramica sull’oro, hanno suggerito anche alcune possibili azioni pratiche, tanto per gli Stati quanto per la società civile. Come evidenziato anche da Burckhardt, nei prossimi mesi la Commissione UE sottoporrà il regolamento sui minerali critici a una seconda revisione dopo quella del 2024. Verranno anche aperte delle consultazioni pubbliche, e questo momento rappresenta una grande occasione per incidere per i movimenti della società civile.
Lezhnev ha segnalato la campagna di The Sentry per denunciare le politiche di massicci investimenti nello sport con cui gli Emirati tentano di ripulire la loro immagine internazionale, esortando a insistere su questo terreno.
Le organizzazioni della società civile hanno rilanciato l’impegno per la revisione del regolamento Ue e sottolineato la necessità di proseguire sul fronte della sensibilizzazione pubblica, ma anche sul dialogo con il governo. Paradossalmente, malgrado due anni di denunce da parte della società civile, a inizio giugno è stato definitivamente ratificato il trattato di cooperazione militare tra Italia ed Emirati Arabi Uniti.
Di seguito le organizzazioni che hanno partecipato all’incontro convocato dai missionari comboniani: Rappresentanti diaspora sudanese in Italia; Rete Pace e Disarmo; Movimento dei Focolari; Emergency; Medici Senza Frontiere; Sant’Egidio; Pax Christi; FOCSIV; CIPAX; ACLI; Caritas Italiana; Movimento Nonviolento.
La responsabilità politica e morale
L'iniziativa di Roma ha messo in luce una verità scomoda: il genocidio in Sudan è alimentato da una catena globale di complicità e di indifferenza. Gli Emirati Arabi Uniti, con il loro ruolo di hub dell'oro contrabbandato, non sono semplici spettatori, ma attori chiave che permettono il finanziamento della guerra. Le loro riforme sulla carta, mai applicate, e la loro capacità di sottrarsi ai controlli internazionali, grazie a potenti alleati, li rendono moralmente e politicamente responsabili.
L'europarlamentare Cecilia Strada ha dichiarato: "Lo scorso anno mi sono opposta alla decisione della Commissione Europea di eliminare gli Emirati Arabi Uniti dalla lista dei Paesi ad alto rischio riciclaggio, e l’ho fatto perché sono loro il principale destinatario dell'oro estratto illegalmente in Sudan".
La società civile italiana, con questa iniziativa, ha scelto di non distogliere lo sguardo. Ha chiesto alle istituzioni europee e nazionali di agire, di rendere trasparenti le filiere, di sanzionare i responsabili. Come ha ricordato l'eurodeputato Tarquinio, la sensibilità sta cambiando, ma non è sufficiente. È necessario che la politica, finalmente, ascolti il grido che arriva dal Sudan e che avvii azioni concrete. Per l'Ucraina lo fa, perché altrettanto non avviene per il Sudan?
Traduzioni
- The tools to impact this chain of death exist
Blood gold
A direct line connects the massacres in Sudan to our jewellery shops. We must break the chain that, through the smuggling of gold, finances the war and transforms the United Arab Emirates into an unpunished hub. Yet in Europe, blood gold continues to be traded with eyes closed.30 giugno 2026 - PeaceLink staff
Articoli correlati
The tools to impact this chain of death existBlood gold
A direct line connects the massacres in Sudan to our jewellery shops. We must break the chain that, through the smuggling of gold, finances the war and transforms the United Arab Emirates into an unpunished hub. Yet in Europe, blood gold continues to be traded with eyes closed.30 June 2026 - PeaceLink staff
Il segretario della Nato Rutte rivela il coinvolgimento militare europeo e italianoDalle basi USA in Italia sono partiti 500 voli a supporto della guerra contro l'Iran
Il Ministero della Difesa, guidato da Guido Crosetto, ha definito questa ricostruzione «totalmente fallace», esprimendo sconcerto. Per il governo l'Italia avrebbe rispettato i patti firmati con gli Stati Uniti. Ma quei patti sono segreti, in violazione della Costituzione.25 June 2026 - Redazione PeaceLink
La USCM è l'associazione apartitica che rappresenta ufficialmente oltre 1.500 città americane"Fermare la corsa alle armi nucleari", l'appello dei sindaci americani
La Conferenza dei Sindaci degli Stati Uniti (USCM) ha chiuso i lavori della 94esima Assemblea annuale approvando all'unanimità una risoluzione dal titolo emblematico: "Esortare gli Stati Uniti a guidare uno sforzo globale per fermare e invertire la corsa agli armamenti nucleari".25 June 2026 - United for Peace and Justice (UFPJ)
Anche dopo la tregua, riferisce l’ONU, sono stati uccisi oltre 260 bambini, uno al giornoI bambini di Gaza presi di mira: la Commissione ONU parla di genocidio
Il nuovo rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite accusa Israele di aver deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, configurando il crimine di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.23 June 2026 - Redazione PeaceLink
sociale.network