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2004 mortale per i giornalisti

Secondo il bilancio di Reporters san Frontières sono 53 i professionisti dell'informazione uccisi durante l'anno, la cifra più alta degli ultimi dieci anni.
5 gennaio 2005
Fonte: Reporters sans Frontières (http://www.rsf.org) - 09 gennaio 2005

Nel 2004 almeno 53 professionisti dell'informazione sono stati uccisi nell'esercizio delle loro funzioni o per aver espresso la propria opinione. Una cifra così elevata non si raggiungeva dal 1995. Inoltre anche 15 collaboratori dei media (autisti, traduttori, tecnici, addetti alla sicurezza) hanno trovato la morte durante l'anno. Nel 2004 :
53 giornalisti uccisi
15 collaboratori dei media uccisi
almeno 907 fermati
almeno 1.146 aggrediti o minacciati
almeno 622 episodi di censura sui media
(...)
All'1 gennaio 2005:
107 giornalisti imprigionati nel mondo
70 cyberdissidenti imprigionati nel mondo

Per il secondo anno consecutivo è l'Iraq il paese più pericoloso per i giornalisti, con 19 reporter e 12 collaboratori uccisi. La prima causa di mortalità per i professionisti dell'informazione sono gli attentati terroristici e gli attacchi delle guerriglia irachena. Ma anche l'esercito americano si è reso responsabile della morte di 4 tra giornalisti e collaboratori dei media. Ali Al-Khatib e Ali Abdel Aziz, della rete satellitare al-Arabiya, sono caduti sotto il tiro nei pressi di un check point americano il 18 marzo. Dieci giorni più tardi, gli americani hanno ammesso di essere responsabili delle morti, qualificando i tiri come "accidentali". Anche Assad Kadhim et Hussein Saleh, due impiegati della rete Al-Iraqiya, sono rimasti vittime dei proiettili americani il 19 aprile.

Giornalisti uccisi nel 2004 per paese:
Arabia Saudita 1
Palestina 1
Bangladesh 4
Brasile 2
Colombia 1
Gambia 1
Haïti 1
India 1
Iraq 19
Messico 3
Nepal 2
Nicaragua 2
Pakistan 1
Perù 2
Filippine 6
Repubblica Dominicana 1
Russia 2
Serbia-Montenegro 1
Sri Lanka 2

Oltre ai rischi tipici delle zone di conflitto, all'origine della maggior parte dei decessi ci sono articoli di denuncia o inchieste su gruppi criminali.
In asia, e in particolare alle Filippine (6 morti) e in Bangladesh (4 morti), alcuni professionisti della stampa sono stati uccisi semplicemnte perchè stavno indagando su argomenti sensibili come corruzione, traffico di droga o criminalità organizzata. All'inizio di dicembre la stampa filippina ha pubblicato un editoriale congiunto: "Ci ricorderemo del 2004 come di un anno d'infamia. (...) Ad ogni omicidio di un giornalista, di un giudice, di un ecologista, di un denunciatore della corruzione o di un militante per i diritti dell'uomo è la democrazia a morire un pezzo per volta".
L'assassinio, in Gambia nel mese di dicembre, di Deyda Hydara ha tristemente ricordato come il continente africano non sia risparmiato da questo tipo di violenze.

Una crescente minaccia: i rapimenti

Almeno 12 reporter nazionali e stranieri sono stati sequestrati in Iraq nel 2004 da gruppi islamici. Uno dei rapimenti è terminato in modo tragico: il giornalista italiano Enzo Baldoni, che collabrava con il settimanale Diario, è stato ucciso a fine agosto dall'Esercito Islamico dell'Iraq. Era stato rapito il 24 agosto, mentre tentava di allonatnarsi dalla città santa di Najaf sotto assedio. In una videocassetta diffusa da Al-Jazira, il gruppo aveva fisato un ultimatum di 48 per il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, ignorato dal governo di Roma; per questo i familiari del reporter e alcuni esponenti dell'opposizione hanno accusato il governo di non aver fatto tutto il possibile per salvarlo.
Sono invece stati liberati, dopo quattro mesi di prigionia, i giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot, tonati a casa sani e salvi lo scorso 21 dicembre. I due erano stati catturati il 20 agosto insieme alla loro guida ed interprete Mohammed Al-Joundi, di ritorno da un reportage a Najaf. Qualche giorno più tardi, l'Esercito Islamico dell'Iraq aveva rivendicato il rapimento e richiesto per il rilascio l'abrogazione della legge francese sui simboli religiosi nelle scuole; la macchina diplomatica e mediatica si è messa subito in moto. L'11 novembre Mohammed Al-Joundi è stato ritrovato libero nella città di Fallujah. Georges Malbrunot, 41 anni, è un colabratore indipendente dei quotidiani francesi Le Figaro e Ouest-France e per RTL ; Christian Chesnot, 38 anni, è compositore per RFI e Radio France.
Nel frattempo. due cameramen sono ancora dispersi: il francese Fred Nérac, della rete britannica ITN, dal 22 marzo 2003, e l'iracheno Irakien Isam Hadi Muhsin Al-Shumary, dal 15 agosto 2004.
In Costa d'Avorio il giornalista franco-canadese Guy-André Kieffer è disperso dal 16 aprile 2004, giorno in cui è stato visto in un centro commerciale della capitale. Cinquantaquattrenne, sposato e padre di due bambini, collaborava con La Lettre du Continent e diversi giornali ivoriani. Michel Legré, cognato di Simone Gbagbo, moglie del Presidente, ultima persona a vederlo prima della scomparsa è sotto inchiesta per "rapimento e sequestro" dal giudice istruttore francese Patrick Ramaël.
In Nepal, quattro giornalisti sono stati rapiti dai maoisti; Dhana Rokka Magar è nelle loro mani dall'agosto 2002.

Un Medio oriente paralizzato dal conflitto iracheno

La situazione della libertà di stampa in Medio Oriente è particolarmente precaria. Si vedano ad esempio la Siria e dell'Arabia Saudita, dove le autorità continuano ad ostacolare con tutti i mezzi lo sviluppo di una stampa libera ed indipendente; l'autocensura è generalizzata e gli argomenti tabù molto numerosi. L'Iran arresta ed imprigiona di continuo giornalisti e cyberdissidenti (una trentina di loro è stata privata della libertà nel 2004) e la giustizia, in mano ai conservatori, prosegue la sua impresa di demolizione della stampa d'opposizione. Anche l'instabilità politica nei Territori Palestinesi ha avuto ripercussioni sulla stampa: un giornalista è stato assassinato e numerosi altri aggrediti da sconosciuti a Gaza.
Segnali positivi giungono invece da Israele e dal Libano, in cui gli attacchi alla libertà di stampa sono diminuiti.
Nel Maghreb, la libertà di stampa non è ancora garantita: la moltiplicazione dei fermi di giornalisti in Algeria (22, due dei quali sono ancora imprigionati), il numero ancora importante di procedimenti contro i media in Marocco e lo stretto controllo dell'informazione da parte delle autorità tunisine sono ostacoli che continuano ad impedire l'instaurazione di una vera libertà d'espressione nella regione.

L'Asia sempre in coda

E' nell'Asia dell'Est che si trovano i paesi meno aperti alla libertà d'espressione del pianeta: Corea del Nord, Birmania, Cina, Vietnam e Laos sono tra le nazioni più liberticide. A Pyongyang, il giornalismo è imbrigliato al servizio del culto della personalità di Kim Jong-il e decine di giornalisti sono stati "rieducati" in campi di detenzione per errori professionali, spesso minori. La Cina (26 giornalisti imprigionati) e la Birmania (12) sono le più grandi prigioni del continente. a Pechino, malgrado l'esplosione del numero di pubblicazioni e media audiovisivi, il Partito Comunista non smette di ribadire con brutalità i limti da non oltrepassare e la stampa straniera è strettamente controllata.
Alle maldive un'ondata di repressione ha colpito giornalisti e cyberdissidenti nel 2004.

Non mancano i casi di violenza fisica; in Nepal e Bangladesh gli attacchi contro i giornalisti sono quotidiani, da parte della Stato, dei gruppi politici e della mafia. In India ed Indonesia le aggressioni, mano numerose, non sono riuscite ad impedire l'affermazione della stampa indipendente.

Una situazione contrastante in Europa

Se i membri dell'UE, compresi i dieci nuovi entranti, si mostrano globalmente rispettosi della libertà di stampa, la situazione è radicalmente differente in alcune repubbliche dell'ex-URSS e in Asia centrale.
In Russia, il controllo totale esercitato dal Cremlino sulle televisioni nazionali è stata illustrata in modo evidente dalla copertura orientata della tragica vicenda di Beslan (Ossezia del Nord). In quell'occasione a numerosi giornalisti sia russi che stranieri è stato impedito di fare il loro lavoro, in un'estensione della censura sulla situazione in Cecenia. Il corrispondente nella regione dell'AFP è ancora disperso e due giornalisti, tra cui il redattore capo del magazine americano Forbes, sono stati uccisi.
In ucraina le elezioni presidenziali dello scorso ottobre sono state l'occasione per numerose violazioni della libertà di stampa: giornalisti vicini all'opposizione e media stranieri sono stati censurati e il numero di aggressioni ai professionisti dell'informazione è stato particolarmente elevato. Inoltre i responsabili di assassini di giornalisti, come quello di Géorgiy Gongadze, continuano a beneficiare di totale impunità
In Bielorussia, visto che il presidente Alexandre Lukashenko non tollera alcuna critica, tutti i mezzi possibili sono stati utilizzati per zittire le voci dissidenti. All'avvicinarsi delle elezioni legislative e del referendum del 17 ottobre, una decina di giornali indipendenti sono stai chiusi o sospesi dal Ministro dell'Informazione con pretesti amministrativi fittizi. L'inchiesta sulla sparizione, nel 2000, del giornalista di opposizione Dmitri Zavadski è stata chiusa quando il conivolgimento delle più altre autorità è apparso evidente.
In Uzbekistan la condanna di un giornalista e difensore dei diritti dell'uomo ad una cospicua pena detentiva per "omosessualità" è un esempio della brutale repressione esercitata dal potere sulla stampa indipendente, ormai quasi inesistente.
In Azerbaijan dopo le elezioni presidenziali di ottobre 2003 i giornalisti non possono più lavorare in condizioni soddisfacenti; nel 2004 uno di loro è stato condannato a cinque anni di prigione.
Infine, in Turchia gli sforzi sul piano legislativo nella prospettiva dell'adesione all'UE non si sono ancora concretizzati in un effettivo miglioramento della libertà di stampa.

Ritorno della violenza sul continente americano

12 giornalisti sono stati uccisi in Sudamerica ed America Centrale nel 2004 (contro i 7 del 2003). In Messico, Brasile e Perù gli omicidi dei professionisti dell'informazione sono tornati ad un livello preoccupante.
Malgrado quattro liberazioni alla fine dell'anno, tra cui quella del celebre poeta e dissidente Raúl Rivero, Cuba resta, dopo la Cina, la più grande prigione del mondo per i giornalisti (22 detenuti). Sul'isola qualsiasi espressione critica al regime castrista è, per definizione, criminale.
In Colombia invece esiste un vero pluralismo informativo, ma i giornalisti lo pagano con la vita. Uno di essi è stato ucciso nel 2004, e così anche un venditore di giornali. Denunciare le malefatte dei gruppi armati - paramilitari e guerriglieri - e la corruzione degli eletti resta un mestiere pericoloso, più che in ogni altra parte del continente (un cinquantina di giornalisti sono stati minacciati o aggrediti nel 2004).
Ad Haiti la situazione è migliorata con la caduta di Jean-Bertrand Aristide nel gennaio 2004, ma diverse difficoltà in provincia e problemi ricorrenti ed inquietanti nelle inchieste sugli assassini dei due giornalisti Jean Dominique et Brignol Lindor testimoniano che la partita non è ancora vinta.
In Nordamerica la libertà di stampa è reale, il dibattito nell'arena mediatica si incentra piuttosto sulla protezione della segretezza delle fonti. A fine anno gli Stati Uniti hanno per la prima volta messo una rete televisiva (Al-Manar, il canale degli Hezbollah sciiti libanesi) nella loro lista delle organizzazioni terroristiche, mettendo così fine alle sue trasmissioni sul suolo americano. Se non ci sono dubbi sull'inaccettabilità delle affermazioni antisemite contenute in alcune trasmissioni, la decisione del governo americano di assimilare un medium, qualunque esso sia, ad un gruppo terroristico rischia di creare un pericoloso precedente.

Stampa indipendente in difficoltà sul continente africano

In Costa d'Avorio, ad Abidjan (nel Sud) come a Bouaké (capitale della zona controllata dalle Forze ribelli), i giornalisti corrono ogni giorno dei grossi rischi per adempiere al loro dovere di informazione (40 sono stati minaccciati o aggrediti nel 2004, 9 fermati e 12 media sono stati censurati o saccheggiati).
In Eritrea la situazione è drammaticamente semplice: non ci sono più nè stampa privata, nè libera espressione, nè corrispondenti stranieri. 14 tra giornalisti e direttori di giornali sono imprigionati in qualche luogo segreto, senza processo.
In Zimbabwe il paesaggio mediatico è appena più ricco: dopo i ripetuti attacchi delle autorità verso il Daily News la stampa indipendente è ridotta a un paio di settimanali a tiratura limitata. Parallelamente, visto che nel 2005 ci saranno le elezioni generali, il governo ha deciso di impedire al partito d'opposizione l'accesso ai media statali.
Al contrario, un miglioramento della situazione della libertà di stampa è riscontrabile in diverse aree del continente: in Sudafrica, Benin, Botswana, Capo Verde, Ghana, Mali, Mauritius e Namibia i giornalisti lavorano in condizioni di libertà simili a quelle dei loro colleghi europei.
Infine, gli anni che passano non sembrano aver effetti sull'impunità nel Burkina Faso: sei anni dopo l'assassinio del giornalista, il caso Norbert Zongo resta insoluto.

Note:

Tradotto da Chiara Rancati per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando le
fonti, l'autore e il traduttore.

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