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Sull'informazione adesso i blog sfidano la Cnn

La tragedia dello tsunami è stata filmata, ripresa, fotografata, raccontata da decine di giornalisti dilettanti. Le nuove tecnologie digitali stanno cambiando la scena mediatica. Anche i grandi gruppi dovrebbero cominciare a occuparsene
16 gennaio 2005 - Franco Carlini
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Ha scritto il quotidiano Indipendent: «Mai prima d'ora si era vista una grande vicenda internazionale dove le squadre delle televisioni sono state battute così vistosamente nella loro copertura da dilettanti con le loro videocamere». La riflessione si riferisce alle immagini dello tsunami dell'Asia, che fin dalle primissime ore sono state fornite da una moltitudine di singole persone, che casualmente si trovavano sul territorio e distribuite per il mondo attraverso la rete internet e sui suoi siti. Aggiunge Neil McIntosh dell'inglese Guardian: «Questa potrà essere ricordata come l'occasione in cui il giornalismo dei cittadini, grazie alla forza di un vasto esercito di volontaria e semplicemente scrivendo e pubblicando con il meccanismo dei weblog, finalmente ha trovato la sua voce e l'ha diffusa in una maniera che i mezzi tradizionali non erano in grado di fare». Gli esempi sono numerosissimi e una rassegna preziosa è disponibile sul sito americano dedicato al giornalismo online (Online Journalism Rewiew. www.ojr.org/ojr/stories/050107srinivas/). Tra i casi più vistosi e ormai più noti c'è quello del filmato "Tsunami hitting Phuket Beach", uno dei più noti (e più tragici). Venne girato il 26 dicembre, all'arrivo della grande onda, dal trentunenne svedese Tommy Lorentsen sulla spiaggia del Kamala Beach Hotel di Phuket. L'autore ne diede una copia a un amico, Fredrik Bornesand, il quale a sua volta la passò a un giornalista che lo mise sul sito del quotidiano norvegese Dagbladet. Notato dai vari gestori di siti blog, la voce si sparse e ne fecero immediata richiesta le televisioni di tutto il mondo, Cnn, Abc, giapponesi, francesi. Al di là dello tsunami, il fenomeno dei blog giornalistici dal basso è in crescita vertiginosa e gli editori farebbero bene a guardarlo con attenzione. Il mondo dei media se ne è accorto soprattutto in occasione delle elezioni presidenziali americane, dove i blog hanno svolto un ruolo importante di monitoraggio delle campagne, di reclutamento e di mobilitazione, sia sul fronte del partito democratico (la famosa campagna di Howard Dean) sia, altrettanto vistosamente su quello dei repubblicani. Ma quelle erano (e sono) soprattutto forme di attivismo sociale e politico.

Con lo tsunami asiatico (ma anche in altre vicende meno tragiche) emerge prepotente un'altra tendenza, quella appunto del giornalismo dal basso, civico. E' appena agli inizi e senza dubbio deve trovare un modello soddisfacente e affidabile, ma quello che si delinea va oltre i semplici forum sul web, che per lo più raccolgono opinioni e sovente litigi accesi tra schieramenti politici e culturali diversi. Una delle modalità, ormai collaudate e utili, è quella del monitoraggio dei media. Un esempio è il sito italiano "Informazione Corretta" (www.informazionecorretta.com) che giorno per giorno scruta la stampa italiana e segnala quelle che secondo gli autori, sono le scorrettezze a proposito della situazione Isreale-Palestina. Il limite vistoso di "Informazione Corretta" è che non si limita a segnalare gli errori di fatto, ma se la prende con le opinioni, vorrebbe riplasmare i titoli, cambiare i commenti, attribuisce etichette a inviati e commentatori. E' un sito marcatamente di parte, sovente più fazioso delle faziosità che rimprovera agli altri media, ma è importante che ci sia e che i giornalisti sappiano c'è. Starà a loro tenere conto delle critiche oppure no, ognuno facendo la sua parte. Quella del monitoraggio pubblico dei media è in ogni caso una possibilità nuova che la rete consente, che permette un livello di presa di parola ben superiore a quella delle lettere al direttore. L'altra modalità è quella della produzione autonoma di notizie: notizie appunto e non semplici commenti o magari pettegolezzi anonimi, il fronte su cui si è fatto strada, del tutto immeritatamente, il sito Dagospia, un vistoso esempio di informazioni senza riferimento e vestite sempre di malevolenza, nemmeno divertente. Proprio Dagospia offre l'occasione per una riflessione interessante: anche le aziende (alcune di loro) hanno capito quanto sia importante la comunicazione per «fare squadra», per avere un rapporto credibile con i dipendenti, per capire che vento tira. Così è proprio Dagospia a dover attingere alla rete di comunicazione Intranet del gruppo Rcs, per dare la notizia che c'è un nuovo direttore generale dei quotidiani, Aldo Bisio, 44 anni.

In altri tempi la nomina sarebbe stata comunicata per li rami delle vie gerarchiche e magari non sarebbe arrivata mai all'ultimo impiegato, mentre il fatto che appaia come notizia pubblica sul sito del gruppo, delinea una politica, allineata con quello che tutti i sociologici delle organizzazioni ormai sostengono da anni: i gruppi dirigenti devono ogni giorno conquistare la fiducia e costruire la loro reputazione con i collaboratori e i dipendenti, e la ricetta principe si chiama informazione pulita e veritiera. Vale per le aziende come per i partiti o le associazioni e la rete incentiva e stimola tali comportamenti. Queste tecnologie digitali offrono l'occasione di grandi fantasie, immediatamente sperimentabili a basso costo, con la possibilità di chiudere al volo quello che non funziona o di correggerlo per strada. Si prenda la suggestione buttata lì dal nuovo direttore di Liberazione, Piero Sansonetti. Egli ha detto, venerdì scorso: «Mi piacerebbe che un giorno Liberazione, l'Unità e il manifesto si mettessero insieme e costituissero un vero grande giornale della sinistra».

Gli è stato risposto giustamente da Gabriele Polo che i giornali di partito sono una cosa e il manifesto un'altra e in ogni caso va realisticamente ricordato i quotidiani di carta hanno ognuno una storia e un'inerzia pesanti, che sono anche un patrimonio. E' più facile purtroppo che falliscano, piuttosto che mescolarsi (il che vale anche per le aziende, dove la percentuale di fusioni fallite è altissima). Ma Sansonetti potrebbe lanciarci un'altra provocazione, quella di costruire insieme il giornalismo civico online del popolo della sinistra, che si alimenti delle testate esistenti e si allarghi a migliaia di corrispondenti e inviati per ogni dove d'Italia. La sensazione - del tutto personale - è che le intelligenze sparpagliate pronte a fare parte di un tale progetto di comunicazione sarebbero molte.

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