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22 gennaio 2013 - Andrea Aufieri

 

Transizione

Il picco di estrazione del petrolio sta per essere raggiunto. Lo stesso, con tempi un po’ più lunghi, accadrà per le altre materie prime. Nessuna esclusa.

L’Italia non può essere una vera potenza industriale perché al suo valore produttivo dev’essere sempre sottratto il costo di materie che non può produrre da sola. Che senso avrebbe investire sull’industria secondo il modello degli anni Cinquanta? L’era postmoderna in Italia ha significato semplicemente crisi aziendali, cassintegrati, disoccupazione.

Perché il governo vara misure «salva-Italia» senza il minimo sguardo al futuro? Per ottenere un beneficio immediato, e dunque consenso spicciolo, essendo stata sbalzata fuori dallo scomodissimo abitacolo della responsiveness. La responsabilità è una parola che nella campagna elettorale del 2013 è usata in tono negativo, un sinonimo di «colpa». E basta.

Capita così che le politiche di decrescita al tempo della crisi devono essere massacrate e nascoste sotto al tappeto. Il concetto di autonomia energetica dei cittadini non dev’essere pronunciato in presenza di più di una sola persona. Quella persona va screditata. Il modello energetico di piccola taglia, che nel 2010 sembrava imminente è diventato un aneddoto.

In questa situazione di stasi totale di creatività e di coscienze qualcuno riesce a respirare ancora un po’ di aria non inquinata proveniente dall’estero. Non illudiamoci, si tratta di un comune minuscolo, Monteveglio provincia di Bologna, cheha sposato il progetto delle Città di Transizione.

La transizione è quella che dovrebbe accompagnare la civiltà all’era postpetrolifera. Ogni comunità può affrontarla sfruttando le peculiarità o le mancanze del proprio territorio. Ogni realtà ricicla il 99 per cento e oltre dei suoi rifiuti, realizza orti comuni, attua diversi programmi energetici. Qualcuno di essi si è riappropriato della sovranità monetaria.

Uno va sul sito del progetto, ascolta le parole del guru di questa filosofia, Rob Hopkins. Si stupisce di quanto vicini, realizzabili e facili siano quei progetti. Poi guarda Taranto, ascolta politici, tecnocrati, industriali.

E piange. La spesa di adeguamento degli impianti di Taranto porterebbe l’Ilva fuori dal mercato. La politica dei piccoli passi pilotati mostra i muscoli al potere giudiziario, che difendeva i cittadini.

Nessuno parla dell’eventuale chiusura, nessuno è capace di dire che come esisteva prima, altrettanto esisterà dopo, Taranto. E sarà più bella. Presadiretta dimostra come i costi di cui parlano i Riva non sono un passaggio obbligato. Solo da voci che sembrano un sussurro nel deserto si è ascoltato un piano alternativo.

La bonifica, l’autogestione o la chiusura. La riconversione, la riduzione. L’investimento, meglio l’impegno di tutte le altre realtà verso una rotta nuova. Peacelink ne ha parlato. Per realizzare tutto questo sarebbe necessario cambiare la mentalità dei politici.

E questo, i tarantini lo sanno bene, si può fare.

Note:

Rob Hopkins al Ted
http://www.ted.com/talks/lang/it/rob_hopkins_transition_to_a_world_without_oil.html

Blog Città di Transizione Italia
http://transitiontownsit.wordpress.com/

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