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Internet «scopre» i pacifisti

La rete compie 35 anni. Permette ai giornalisti distratti di accorgersi delle ragioni anti guerra
La comunicazione «on line» cambia il nostro modo di informarci e scambiarci opinioni. Anche le polemiche possono avere segni diversi
5 settembre 2004 - Franco Carlini
Fonte: Il Manifesto

Ma dove sono i pacifisti?, si chiede Stefano Cingolani, condirettore del quotidiano Il Riformista. E la risposta se la dà da solo: «I pacifisti sono in vacanza». Se poi un'ascoltatrice di «Prima Pagina» (la lettura dei giornali del mattino su Radio3) cerca di spiegare che le cose non sono esattamente così, il condirettore interrompe e interrompe, evidentemente infastidito. Cingolani è stato giornalista all'Unità, capo servizio al Corriere della Sera, poi all'agenzia Ap.Biscom e ora al Riformista. E' colto e garbato, un ottimo esempio di politicamente corretto, con tutte le ambiguità terziste che questo comporta. Fa parte di quel gruppo ampio di giornalisti che per passione civica si sono progressivamente trasformati in commentatori della politica. Una scelta legittima e persino utile, ma che talora si traduce in una perdita di vista dei fatti o nell'inconscia propensione a vedere solo quelli che confortano le proprie idee. Se Cingolani invece facesse ancora il cronista di desk, si accorgerebbe che i pacifisti ci sono e sono ben attivi anche quando gli altri vanno in vacanza (ma certamente non possono e non devono manifestare tutte le settimane e sull'utilità delle grandi manif la discussione si è aperta da tempo).

Comunque quelli di Ics, di Intersos e di «Un ponte per», sono installati pervicacemente a Bagdad per portare aiuti non governativi; magari gli cascano addosso le bombe della guerriglia, ma non se ne andranno (il manifesto, sabato 4, pagina 6). Giulio Cristoffanini di Emergency l'abbiamo beccato a Cogne, ma non in vacanza, bensì a raccontare anche ai turisti di cosa fa la sua associazione. Altri hanno fatto campeggi sullo stretto di Messina e il sindaco che li ha appoggiati ora riceve minacce di mafia con frequenza impressionante, nel disinteresse dei riformisti.

Moltissimi, trattandosi di un movimento globale, sono a New York a dire la loro a Bush: 1821 sono stati arrestati preventivamente e detenuti abusivamente al di là del consentito; un giudice ha multato la città di New York con mille dollari per ogni rilascio ritardato (The New York Times).

Uno di loro, Joshua Kinberg, animatore del movimento di ciclisti «Bikes Against Bush», è stato portato il giorno 28 via mentre veniva intervistato per strada da Ron Reagan della rete televisiva Msnbc. Il filmato dell'arresto è visibile in rete all'indirizzo www.bikesagainstbush.com/blog/arrest.html, comprensivo di capitano, sergente e manette al Primo Emendamento della Costituzione americana.

Sullo stesso sito si possono peraltro ammirare le virtù tecnologiche della speciale bicicletta di Joshua la quale è collegata senza fili alla rete Internet; collegandosi a un sito si possono inviare dei messaggi testuali alla bici e questa provvede a stamparli sull'asfalto, usando una miscela di vernici, tutte solubili per non rovinare l'ambiente.

Bersaglieri pacifisti

Altri animi pacifici sembra che si annidano persino tra i bersaglieri e sono tornati un po' disgustati da Nassiriya, avendo visto le botte gratuite che i marines somministrano alla popolazione e avendo dovuto eseguire inutili arresti di gente che non c'entra per niente e che «non ha nemmeno la forza di fare il terrorista». Ecco un'altra bella notizia su cui un giornale riformista potrebbe impegnare le sue energie.

In altre parole: Cingolani e tutti quelli che come lui provano un evidente fastidio per il pacifismo, le sue pratiche e i suoi valori, dovrebbero forse documentarsi meglio. E per fortuna che c'è la rete Internet, che permette di verificare, correggere, accedere ai documenti originali. E' il caso, per esempio della polemica su questo giornale coltivata con qualche malizia da La Repubblica, con riferimento a una risposta di Riccardo Barenghi.

Secondo il quotidiano diretto da Ezio Mauro (sabato 4 settembre, pagina 20) Barenghi avrebbe sostenuto di preferire «un Iraq liberato dagli americani piuttosto che dai tagliatori di teste». Alle scuole di giornalismo insegnano (o almeno dovrebbero insegnare) che le citazioni tra virgolette si fanno rileggendo i testi originali e copiandoli fedelmente e chi lo facesse scoprirebbe che Barenghi contrappose «un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani». Semanticamente esiste una certa differenza tra «occupato dagli americani» e «liberato dagli americani», Ezio Mauro ne converrà, e comunque una consultazione del testo originale sul sito di questo giornale permette a ognuno facili verifiche: www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Agosto-2004/art79.html.

Risponde Veltroni

Anche Walter Veltroni, che è stato direttore dell'Unità, è caduto nello stesso errore. Il suo ufficio stampa è vivamente pregato di fornirgli delle rassegne adeguate e lui stesso potrebbe pubblicamente scusarsi con il manifesto e con Barenghi, giusto per non alimentare quella «barbarie argomentativa priva di freni» da lui deprecata in una recente intervista (La Repubblica, venerdì 3 settembre, pagina 17). Non lo si chiede per polemica, ma per amore di verità, e certamente questa sera, alla festa nazionale dell'Unità, il sindaco di Roma vorrà porvi rimedio.

La rete Internet, appunto. La quale ha appena compiuto 35 anni - per quel che valgono i compleanni e le date convenzionali di inizio e fine.

In ogni caso è certo che il 2 settembre 1969 venne acceso il primo collegamento remoto tra due nodi dell'Arpanet, a Los Angeles grazie a una squadra di giovanissimi ricercatori, con i fondi del Dipartimento della Difesa. La svolta vera avvenne tuttavia nei primi anni `70, con l'invenzione del protocollo Tcp/Ip con cui la rete trasmette i suoi messaggi da un computer all'altro (Il miglior libro sulle origini dell'Internet è quello di Katie Hafner e Matthew Lyon, «La storia del futuro. Le origini di Internet». Feltrinelli). Retrospettivamente (35 anni dopo appunto), vale la pena di notare un curioso elemento cronologico e una particolarità decisiva dell'Internet.

Quando nacque la rete

La cronologia ci segnala dunque che la rete Internet nacque prima del personal computer, a cavallo tra il 1969 e il 1972, mentre il Pc della Apple debuttò solo nel 1976 e quello con processori Intel e software Microsoft nel 1981. Dunque due innovazioni tecnologiche procedettero fianco a fianco senza incontrarsi e quella che tutti percepiamo come più recente (la rete), in realtà nacque prima. Nello stesso tempo entrambe sono figlie della cultura tecnologica e libertaria californiana (così come il mouse e le interfacce a finestre) e questa non ha cessato di svolgere i suoi influssi benefici, continuando a produrre invenzioni e modalità che ostinatamente vanno nel senso di portare valore, utilità e «potere alla masse».

La bicicletta di Joshua Kinberg come le migliaia di blog che animano la sfera pubblica globale sono figli e protagonisti di questo fenomeno che non si arresta, malgrado i poliziotti e la commercializzazione spinta.

Ma se tutto ciò continua a succedere, è anche perché il protocollo di rete venne fin dall'inizio progettato come un bene pubblico e aperto, e non già come un software proprietario. Paradossalmente se oggi anche Microsoft fa dei soldi con la rete è perché essa rete non è gestita da un software Microsoft ma da sistemi open, nell'hardware come nel software.

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