Israele sta ottenendo ciò che voleva
La prova sta nella continuità che attraversa settant'anni di governi israeliani diversi, coalizioni diverse, fasi diverse. Rabin firmava Oslo e continuava a costruire a Gerusalemme Est. Barak faceva "l'offerta generosa" a Camp David e continuava a espandere i coloni. Sharon sgomberava Gaza e pianificava il consolidamento in West Bank. Netanyahu accelera, ma non ha inventato niente. La traiettoria è strutturale; i governi sono variabili tattiche.
E quella traiettoria, oggi, ha raggiunto una massa critica che non si inverte per via negoziale. Non esiste la forza politica israeliana che lo fa. Non esiste la pressione internazionale che lo impone. Non esiste il soggetto palestinese che ha i mezzi per imporlo.
La grande Israele esiste già
Non come progetto dichiarato, non come slogan elettorale, ma come fatto territoriale in corso. Il Golan siriano annesso formalmente nel 2019 con il primo mandato Trump. Una zona cuscinetto in Siria estesa dopo la caduta di Assad. Il Libano meridionale sotto controllo israeliano de facto, con i cosiddetti "surgical strikes" — termine che la stampa occidentale usa per descrivere bombardamenti su territorio sovrano durante un cessate il fuoco formalmente in vigore — come strumento di gestione permanente. La West Bank in fase di annessione formale, con Smotrich che dichiara di avere il via libera di Trump. Gaza in fase di svuotamento demografico documentato in tempo reale.
Manca l'Arabia Saudita. Manca — parzialmente — la Siria settentrionale. Ma il nucleo del progetto della Grande Israele, dall'acqua al Giordano più Golan più cuscinetti siriani più Libano meridionale, è già lì. Non manca la realizzazione. Manca la formalizzazione.
L'Arabia Saudita è il tassello successivo, non perché Riad voglia essere annessa, ma perché la normalizzazione saudita-israeliana — il progetto che il 7 ottobre ha interrotto e che Washington continua a inseguire — ridisegnerebbe l'architettura regionale in modo definitivo, isolando ogni residuo di resistenza araba in un framework di coesistenza con l'espansionismo israeliano. Una pace saudita sarebbe la legittimazione retroattiva di tutto ciò che è stato fatto.
L'asse della resistenza: un epitaffio
L'asse della resistenza — Iran, Hezbollah, Hamas, Houthi, milizie irachene — era già strutturalmente fragile prima del 7 ottobre. Era un sistema di vasi comunicanti tenuto insieme dalla capacità di deterrenza iraniana e dalla logistica delle Guardie Rivoluzionarie. Oggi è in frantumi.
Hamas è militarmente distrutto, anche se non politicamente liquidato — una distinzione che diventa sempre meno rilevante quando non controlli territorio e non puoi proteggere la popolazione civile. Hezbollah è ridimensionato in modo probabilmente generazionale: ha perso la sua catena di comando, parte dell'arsenale, e soprattutto la deterrenza psicologica che costituiva il suo valore strategico principale. Gli Houthi resistono ma in isolamento crescente. Le milizie irachene operano sotto pressione costante.
E l'Iran — il centro di gravità del sistema — ha perso il centro. Ali Khamenei è morto il 28 febbraio in un attacco congiunto americano-israeliano. Il figlio Mojtaba è stato imposto come guida suprema dalle Guardie Rivoluzionarie attraverso pressioni sull'Assemblea degli Esperti. È gravemente ferito, nascosto, circondato da medici. Comunica con l'esterno attraverso corrieri a mano su strade secondarie. Non ha ancora rilasciato una dichiarazione audio o video perché non vuole apparire debole.
Il potere reale è nelle mani dei generali: Ahmad Vahidi, Mohammad Bagher Zolghadr, Yahya Rahim Safavi. Un triumvirato militare che non ha né il mandato né l'interesse a trattare in modo vincolante. Le Guardie gestiscono conglomerati economici enormi costruiti sull'economia di guerra e sull'isolamento: la pace strutturale li indebolisce istituzionalmente. Il risultato è una trappola perfetta: gli interessi dell'istituzione militare e gli interessi del paese sono completamente divergenti, e l'istituzione militare controlla le decisioni.
I tasselli escatologici
Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich non sono personaggi folkloristici ai margini del sistema israeliano. Sono ministri con portafogli reali — sicurezza nazionale e finanze — che esercitano potere concreto su colonizzazione, espropri, permessi di costruzione, controllo delle forze di polizia nei territori occupati. E credono, nel senso letterale del termine, di stare eseguendo un mandato divino.
La tradizione escatologica che li informa — in parte derivata dal movimento Kach di Kahane, in parte dall'interpretazione messianica del sionismo religioso — prevede che la redenzione finale richieda il controllo della terra d'Israele nei suoi confini biblici, la costruzione del Terzo Tempio sul Monte del Tempio, e infine la venuta del Messia. In questa cornice, quello che il mondo chiama genocidio non è un crimine: è una necessità teologica. E l'opposizione internazionale non è un segnale di errore: è la prova della giustezza del percorso.
C'è un elemento ulteriore che rende questo sistema impermeabile alla critica esterna: la profezia di Gog e Magog, presente in forme diverse sia nella tradizione ebraica apocalittica che nel millenarismo cristiano evangelico americano — la corrente religiosa che costituisce una base elettorale cruciale per il Partito Repubblicano — prevede esattamente uno scenario in cui tutto il mondo si coalizza contro Israele. L'isolamento diplomatico crescente non viene letto come conseguenza delle proprie azioni, ma come conferma profetica. Non puoi convincere qualcuno che l'opposizione al suo progetto è la prova che il progetto è sbagliato, se quella persona è convinta che l'opposizione sia parte del disegno divino.
Il live streaming del genocidio di Gaza — il primo nella storia documentato in tempo reale, verificabile ora per ora, trasmesso direttamente dalle vittime — non ha fermato niente. Anzi, il processo è accelerato mentre veniva ripreso in diretta. Questo non è stato un errore di calcolo israeliano: la visibilità è gestibile finché non esiste un meccanismo di costo reale. Le sanzioni non arrivano. Il mandato della Corte Penale Internazionale viene ignorato. Gli Stati Uniti mettono il veto. L'Europa balbetta. L'impunità totale non è un effetto collaterale: è la condizione strutturale che permette il processo.
Il messia non viene
Il messia non viene. Dio non esiste come variabile nelle equazioni geopolitiche, non più degli unicorni. Quello che esiste è un processo politico con una base sociale reale — non solo elite, ma coloni, destra religiosa, un pezzo maggioritario della società israeliana che ci crede davvero — che sta producendo sofferenza e distruzione irreversibile in nome di un obiettivo che per definizione non può essere raggiunto.
E allora cosa succede quando il processo raggiunge i suoi obiettivi materiali e la promessa non si avvera? Storicamente, i progetti millenaristi gestiscono la dissonanza cognitiva in tre modi. Il primo: spostare il traguardo. Non è ancora abbastanza. Manca ancora qualcosa. Il Terzo Tempio non basta, bisogna anche fare questo, poi quest'altro. Il progetto si autoalimenta indefinitamente perché può sempre trovare un nuovo prerequisito mancante. È il pattern più probabile nel breve periodo.
Il secondo: crisi interna. Quando la promessa non si avvera, le comunità millenariste implodono o si radicalizzano ulteriormente. Nella società israeliana del dopo, la frattura tra il nucleo messianico e il resto — laici, drusi, arabi israeliani, la vasta diaspora che non condivide l'escatologia ma finanzia lo stato — potrebbe diventare una guerra civile latente. Gli haredi che non vogliono fare il servizio militare ma rivendicano la terra. I coloni che non riconoscono l'autorità dello stato quando questa contrasta il disegno divino. La destra messianica contro Tel Aviv.
Il terzo — il più interessante analiticamente — è la secolarizzazione del messianesimo in nazionalismo etnico esplicito senza più la mediazione religiosa. La teologia diventa ideologia. Il mandato divino diventa destino manifesto. Il progetto continua con una giustificazione diversa ma con la stessa struttura di potere e la stessa traiettoria espansionista. In questa forma è probabilmente più stabile e più esportabile come modello — lo stato etno-nazionale che non deve fingere di essere un progetto universalista trova acquirenti in mezzo mondo.
La nuova geometria del potere
Israele non è e non sarà una superpotenza nel senso americano — proiezione militare globale, egemonia valutaria, mercato interno assorbente. Ma è qualcosa di diverso e forse più solido: una potenza che vende gli strumenti del controllo a chi vuole restare al potere. La tecnologia di sorveglianza di NSO Group. I sistemi di riconoscimento facciale esportati a decine di governi autoritari. I droni militari testati in condizioni operative reali su Gaza e poi commercializzati. La Unit 8200 come fucina che produce startup che finiscono nei sistemi di sicurezza di mezzo mondo.
Questa è dipendenza infrastrutturale. Se il tuo sistema di sorveglianza dei dissidenti gira su tecnologia israeliana, hai un rapporto di dipendenza reale indipendentemente da cosa voti all'ONU. Aggiungi la rete di intelligence — i debiti e gli scambi informativi tra il Mossad e i servizi di paesi del Golfo, dell'Africa orientale, dell'India, dell'Azerbaigian — e hai un reticolo che vale più di molti trattati formali.
Il collasso interno americano non lascia un vuoto che Israele riempie globalmente. Ma lascia un vuoto regionale che Israele riempie completamente, con una rete di dipendenze cyber e intelligence che si estende ben oltre la regione. Gli Stati Uniti in disgregazione interna hanno bisogno di un proxy regionale affidabile. Israele è quel proxy — con il vantaggio aggiuntivo di avere una propria agenda che oggi coincide abbastanza con quella americana da rendere il rapporto simbiotioco.
E poi?
La domanda non è retorica. È la domanda più concreta che possiamo fare.
Il vero problema non è Israele come superpotenza universale. È il vuoto che lascia la disgregazione iraniana e il ridimensionamento di Hezbollah nei prossimi dieci, quindici anni, mentre Turchia e petromonarchie del Golfo si riposizionano in uno spazio che non ha più un contrappeso. In questo vuoto, le popolazioni palestinesi, libanesi, siriane non hanno un soggetto che paghi un costo politico reale per fermare quello che viene fatto loro.
L'unico limite che rimane è interno alla stessa struttura israeliana: le potenze a giocatore unico si autodistruggono. La sovraestensione, la perdita di deterrenza per assenza di sfida, la corruzione interna del processo decisionale quando non c'è più nessuno che ti costi qualcosa. Israele senza Hezbollah come minaccia esistente ha già meno coesione interna, non di più. Netanyahu esiste politicamente finché esiste il nemico. La macchina militare e di sicurezza ha bisogno della guerra per giustificare il suo peso sul corpo della società.
Ma questo limite è un processo lungo, probabilmente generazionale. Non è una consolazione per chi vive adesso sotto le bombe, nei campi, senz'acqua e senza futuro. Non è una risposta politica. È solo la nota a piè di pagina che la storia aggiunge sempre ai progetti imperiali che si credono eterni: nessuno lo è stato.
Il messia non viene, ma nemmeno l'impero dura per sempre.
Il problema è quello che succede nel mezzo.
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