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PeaceLink e Unimondo - Tra Islam e Occidente

Laura Tussi1 gennaio 2016

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“Tutti i popoli del mondo possono vivere in pace tra loro. È questo il disegno di Dio”. Barack Obama lo afferma chiaramente in conclusione del suo atteso discorso all'Università del Cairo, citando brani del Corano, del Talmud, della Bibbia, per quello che lui definisce un “nuovo inizio” nei rapporti tra l'Occidente e il mondo islamico, perché gli Stati Uniti e l'Islam devono lavorare per un nuovo inizio, un innovativo rapporto basato sul rispetto reciproco e la condivisione di interessi comuni. Questi propositi risultano a tutti gli effetti disattesi, giudicando la realtà dei fatti e i focolai di guerra permanente disseminati in tutto il mondo, alla soglia ormai del terzo conflitto mondiale con il terrore dell’apocalisse nucleare.

Il ciclo di sospetto e di discordia tra Occidente e Islam deve terminare, con la libertà di religione per la possibilità dei popoli di vivere insieme, superando gli stereotipi e garantendo la libertà religiosa. Contrastare l'antisemitismo e l’islamofobia significa agire contro il pensiero prevenuto, il preconcetto, l'etnocentrismo, l'intolleranza, la chiusura e la rigidità.[1] Lo scontro tra Islam e Occidente ha utilizzato una forma di islamofobia che vede nell'altro il nemico e la minaccia.

La costruzione dell'immagine dell'altro avviene tramite processi di origine storica e sociale. Durante l'infanzia si apprendono miti, immagini, atteggiamenti che rievocano l'atavica paura dell'invasore saraceno. I mass media veicolano immagini del nemico che influenzano molti atteggiamenti discordanti e aggressivi rispetto alle problematiche del fondamentalismo e del terrorismo. L'Islam, come l'Ebraismo, non è una struttura monolitica, coerente e uniforme. Secondo questa visione diffusa, tutte le persone di origine musulmana sono immaginate come partecipanti ad una stessa cultura islamica, caratterizzata dalla religione, indipendentemente da quella reale d'origine, allo scopo di differenziarle dagli altri gruppi etnici.

Un altro elemento principale per comprendere la paura dell'Islam, l’islamofobia, è la diffusione del fondamentalismo, un fenomeno di reazione contro la modernità, che mira a risolvere, tramite la religione, tutti i problemi sociali e politici. I fondamentalisti elaborano una specie di utopia politica universalistica, coniata tramite la rielaborazione di elementi della tradizione islamica, perché percepiscono la loro identità religiosa minacciata e che nell'immaginario occidentale richiama una serie di connotazioni negative come la guerra santa, il terrorismo, il fanatismo, la violenza, l'oppressione delle donne, la poligamia.

La civiltà musulmana trovandosi al cospetto della superiorità economica, tecnologica e militare dell'Occidente, ha elaborato un sentimento di ripiegamento verso il passato e un risentimento per la posizione perduta. Attualmente, i movimenti islamisti si sviluppano tra giovani dotati di cultura, nelle università, come  prodotto non dell'ignoranza, ma della disoccupazione e della rivolta contro Stati corrotti, responsabili della crisi. Sussiste in forma moderna, una riedizione dell'ideologia dell'Islam globale, fondato su un progetto di imperialismo mondiale che vede nell'Occidente il nemico da combattere.

Le paure occidentali verso l'Islam vedono nell'immigrato musulmano un pericoloso radicale. I musulmani vengono erroneamente considerati un blocco monolitico sotto il vessillo del fondamentalismo che assume l'immeritato titolo di rappresentante legittimo e ufficiale dell'intero Islam. Questo è solo un pregiudizio. I giovani maghrebini in Europa maturano un antisionismo di natura politica, motivato dal risentimento per la questione mediorientale, in un grande fenomeno di origine sociale, per cui tali gruppi proiettano la rabbia della violenza urbana contro le minoranze e in particolare contro gli ebrei, fino a scadere nell'antisemitismo.

Nelle scuole si moltiplicano le classi multiculturali, dove studiano insiemi italiani, europei e figli di immigrati, anche di religione musulmana che ripetono un antisemitismo proveniente dal risentimento per la contrapposizione tra la civiltà araba ed Israele. Per questo motivo la scuola deve continuare ad insegnare la Shoah e spiegare i fatti inerenti le deportazioni, contrastando il razzismo e l'antisemitismo. Gli insegnanti che proponevano con certezza la storia dell'Olocausto, attualmente si sentono impreparati ad affrontare le critiche contro Israele e la commistione tra antisionismo ed antisemitismo.

L'odio contro gli ebrei e contro i musulmani deve essere inquadrato nella complessa diatriba interetnica delle nostre società in cerca di equilibrio e di integrazione delle diversità. Da tutte le recenti analisi psicosociologiche, risulta che dove sussiste l'intolleranza nei confronti degli ebrei, quest'ultima si ripercuote anche contro gli arabi, gli stranieri, i Rom, e i Sinti, i cosiddetti zingari. I pregiudizi che fomentano il razzismo sono molteplici come per esempio la convinzione che il potere finanziario nel mondo sia in gran parte in mano agli ebrei, che siano gli ebrei stessi a fare discriminazioni razziali, che gli immigrati alimentano la prostituzione e che i musulmani, anche se vivono in Italia da molti anni, sono fedeli solo al mondo islamico, sostenendo il terrorismo internazionale.

Quindi l'antisemitismo deve essere considerato all'interno di atteggiamenti di pregiudizio più estesi e più capillari e consolidati nella convinzione discriminatoria. Risulta di conseguenza necessario insegnare l'Olocausto in classi multiculturali, affrontando collettivamente la questione del razzismo e dell'antisemitismo, evidenziando il pluralismo identitario, valorizzando ciascun gruppo etnico di provenienza, investendo sulla ricchezza valoriale rappresentata dalle differenze e dalle diversità culturali.

Habermas ha ricordato come l’islamofobia scaturisce da paure e proiezioni che sussistono alla base dell'antisemitismo. Dunque l’antisemitismo alimenta l’islamofobia. E viceversa.

Laura Tussi da da PeaceLink.it

[1] Tussi Laura, Memorie e Olocausto. Il valore creativo del ricordo per una “pedagogia della resistenza” nella differenza di genere, Aracne, Roma 2009

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