La Corte di Cassazione ha decretato lo stop dell’area a caldo di Taranto

Si stanno spegnendo a poco a poco gli altoforni dell'ILVA

Negli anni Novanta i lavoratori della cokeria in otto ore respiravano inquinanti cancerogeni equivalenti a 60 mila sigarette. Di notte arrivavano nella città nubi tossiche, fino nelle camere da letto dei bambini. Era una sensazione terribile e spettrale che sta per finire. Finalmente.
4 novembre 2026
Redazione PeaceLink

C’è un silenzio che a Taranto, nel quartiere Tamburi, faceva paura. Quando calava la notte e le luci della città si spengevano, l’area a caldo dell'ILVA - lì vicina a soli trecento metri - continuava a funzionare e le nubi salvano al cielo minacciose. 

L’aria si faceva densa di un odore metallico e acre.

Chi ha vissuto quelle notti lo sa: era una presenza quasi spettrale, un’ombra che vegliava sui tetti e sulle culle. E mentre ci si addormentava, la consapevolezza era atroce: anche i bambini, nel loro sonno, avrebbero respirato aria cancerogena.

Oggi, mentre gli altiforni si spengono definitivamente, quella presenza spettrale inizia a dissolversi. La Corte di Cassazione ha confermato lo stop dell’area a caldo, imponendo la chiusura degli impianti per tutelare la salute pubblica. Le operazioni di spegnimento sono già in corso: riguardano tutti gli altiforni. È un passaggio storico, atteso da tempo, che PeaceLink ha sempre invocato come atto di giustizia sanitaria e ambientale.

Non possiamo dimenticare ciò che è stato.

I dati che PeaceLink ha contribuito a portare alla luce sono lì a ricordarci l’entità della tragedia silenziosa. Nei primi anni Duemila, nel quartiere Tamburi, i bambini hanno respirato elevate quantità di benzo(a)pirene, un cancerogeno genotossico e neurotossico. In soli tre giorni, tra il 2 e il 4 marzo 2004, l’aria che respirarono equivaleva a 200 sigarette. Le concentrazioni giornaliere, in quei “tre giorni terribili”, furono di 15,8, 22,4 e 65,5 ng/m³, corrispondenti a 31, 44 e 128 sigarette al giorno.

Non sappiamo cosa è avvenuto negli anni Novanta, o negli anni Ottanta, o negli anni Settanta o negli anni Sessanta. Non c'erano misurazioni di questo tipo nel quartiere Tamburi di Taranto.

Ma da una stima realizzata per i lavoratori della cokeria l’esposizione per il benzo(a)pirene in un turno di otto ore poteva raggiungere le 60.000 sigarette equivalenti nel periodo degli anni Novanta. Nessuna indagine epidemiologica è stata fatta per accertare quanti operai della cokeria sono morti in quell'inferno.

Una comunità intera ha portato sulle spalle un tetro fardello di paura. “Ilva is a killer” è uno slogan molto diffuso a Taranto

Nello stabilimento Ilva di Taranto sono ancora presenti 2.140 tonnellate di amianto.

La prima AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) riesaminata con decreto del 26 ottobre 2012 prevedeva che gli interventi ambientali nell'ILVA, tra cui quelli relativi alla gestione e rimozione dell'amianto, dovessero essere attuati entro un arco temporale massimo di 36 mesi. Di conseguenza, il termine ultimo fissato da quella prima AIA cadeva nell'ottobre 2015. E' stato fatto? No. Siamo nel 2026. La Cassazione è stata giustamente inesorabile. 

Stop.

PeaceLink lo ha denunciato per anni: la salute dei cittadini, e in particolare quella dei più piccoli, non è negoziabile. Lo spegnimento degli altiforni, zeppi di amianto cancerogeno, non cancella il passato, ma segna l’inizio di un futuro diverso. Finalmente diverso.

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