Francesca Albanese: una vittoria tra ignavia UE, silenzi italiani e coraggio spagnolo
Sono stati mesi difficili per Francesca Albanese, la giurista italiana che dal 2022 svolge il ruolo di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati. La sua voce, tra le più lucide e critiche nel denunciare le violazioni del diritto internazionale nei territori occupati, le è costata cara: una dura campagna di delegittimazione, culminata nelle sanzioni unilaterali imposte dall’amministrazione Trump nel luglio 2025.
Ma nelle ultime settimane si sono registrati cinque fatti, di segno opposto, che raccontano bene la fragilità e insieme la forza di chi difende i diritti umani.
Il primo riguarda le banche, il secondo gli USA, il terzo la Spagna, il quarto l'Italia (e anche l'Europa) e il quinto, nuovamente, gli USA.
1. Sola e senza banca
A marzo 2026, un'amara rivelazione di Francesca Albanese aveva scosso le coscienze di molti. Durante un webinar organizzato dai "dipendenti di Banca d'Italia per la Palestina", la relatrice ONU aveva denunciato la sua condizione di isolamento. "Sono sola, neanche Banca Etica mi ha aperto il conto", aveva dichiarato, facendo emergere un paradosso doloroso: nemmeno un istituto nato per finanziare la legalità e la pace era riuscito a offrirle riparo dalle sanzioni americane.
La replica del direttore generale di Banca Etica ha messo a nudo i limiti strutturali della finanza etica istituzionale di fronte all’arroganza della legge americana. "Rischiavamo una multa da 1 miliardo e la chiusura", ha spiegato il direttore, evidenziando come il "ricatto extraterritoriale" delle sanzioni USA paralizzi qualsiasi operatore, anche il più virtuoso, che non voglia essere espulso dal sistema finanziario internazionale.
2. La Spagna rompe il muro del silenzio: l’appello di Sánchez all’UE
Il muro di silenzio ha cominciato a incrinarsi il 6 maggio 2026, quando la Spagna ha deciso di alzare la voce. In una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, il presidente del governo Pedro Sánchez ha chiesto formalmente l’attivazione immediata dello Statuto di blocco (Regolamento CE n. 2271/1996), lo strumento pensato per neutralizzare l’effetto extraterritoriale di leggi di paesi terzi, come quelle statunitensi.
Sánchez ha chiesto che lo scudo, finora usato prevalentemente per proteggere operatori economici, venga esteso ai difensori della giustizia internazionale: non solo Francesca Albanese, ma anche gli undici giudici e procuratori della Corte Penale Internazionale finiti nella lista nera di Washington. "Queste sanzioni – ha scritto il premier spagnolo – costituiscono un precedente molto preoccupante che compromette il funzionamento indipendente di istituzioni essenziali per la giustizia internazionale".
La richiesta, destinata a essere portata al Consiglio europeo del 18 giugno, è un test decisivo per l’UE.
3. USA, una vittoria in tribunale
Il 16 maggio 2026 è arrivato un altro importante riconoscimento. Un tribunale federale di Washington, presieduto dal giudice Richard Leon, ha sospeso le sanzioni contro Francesca Albanese, riconoscendo che le misure adottate dall’amministrazione Trump potrebbero violare il Primo Emendamento della Costituzione americana, quello sulla libertà di parola.
La decisione ha avuto un valore storico: il giudice ha infatti stabilito che la relatrice ONU, pur non risiedendo stabilmente negli Stati Uniti, può invocare le tutele costituzionali grazie ai suoi legami "sostanziali" con il Paese. Un principio importante per tutti i cittadini stranieri che operano negli USA o che subiscono gli effetti della loro giurisdizione.
"Tutelare la libertà di espressione è sempre nell'interesse pubblico", ha commentato Albanese, con un filo di sollievo. Ma si è trattato di una sospensione, non di una revoca definitiva. La controversia legale fino a ieri era ancora aperta, e il governo Trump avrebbe potuto ricorrere.
4. Il silenzio italiano e le responsabilità europee
Mentre la Spagna ha fatto la sua parte e un tribunale americano ha moderato gli eccessi, l’Italia ha continuato a tacere. Il governo italiano, nonostante il pressing di alcune forze politiche e della società civile, non ha ancora preso posizione ufficialmente a favore della propria cittadina, né tanto meno ha seguito l’esempio spagnolo in Europa.
Sui conti bancari bloccati di Francesca Albanese, legati alle sanzioni statunitensi imposte nell’ambito dell’ordine esecutivo firmato dall’amministrazione Trump, il governo Meloni non ha preso posizione ufficiale né ha condotto iniziative pubbliche per contrastare l’effetto delle sanzioni sul suo accesso ai servizi bancari.
Francesca Albanese ha dichiarato, in diversi interventi e in un’intervista su L’Espresso, che nessuno del governo Meloni l’ha chiamata per esprimerle solidarietà e che non è arrivata alcuna presa di posizione ufficiale dopo l’arrivo delle sanzioni, nonostante sia cittadina italiana. Ha descritto il blocco dei conti come un effetto diretto dell’iscrizione nella lista Sdn List dell’Ofac (1), che costringe le banche italiane (anche Banca Etica) a rifiutare l’apertura di rapporti, pena sanzioni “secondarie” fino a miliardi di dollari e l’esclusione dai circuiti in dollari.
E arriviamo alle responsabilità europee. A oggi l’UE non risulta aver adottato una posizione sulle sanzioni trumpiane contro Francesca Albanese. La vicenda è diventata un caso emblematico in quanto la diplomazia europea in questo caso non ha voluto adottare provvedimenti per contrastare la legge del più forte imposta dal presidente degli Stati Uniti contro una cittadina europea che difende i diritti umani, per di più su incarico dell'ONU.
5. La novità di oggi: la revoca delle sanzioni
Infine c'è la novità di oggi, molto probabilmente collegata al pronunciamento del tribunale USA in difesa dei diritti di Francesca Albanese: la revoca delle sanzioni da parte del Dipartimento del Tesoro. Si veda il box di approfondimento.
La vicenda non è ancora completamente chiusa, data l'imprevedibilità e l'arroganza del presidente Trump.
Continueremo a seguirne questa vicenda, ancora priva di tutte le motivazioni ufficiali che hanno accompagnato la revoca.
Ma continua anche la lotta per chiedere all’Unione Europea di attivare finalmente lo Statuto di blocco. La UE si è distinta per ignavia ed è deprimente constatarlo. (2)
Si tratta di decidere se esiste ancora uno spazio per la verità, la giustizia e la libertà di parola.
La posta in gioco è alta. E il tempo dell'indugio, per l'Italia e per l’Europa, è ormai scaduto.
(2) Lo Statuto di blocco (o “blocking statute”) dell’Unione Europea è un regolamento UE (n. 2271/1996) pensato per neutralizzare l’effetto extraterritoriale di leggi e sanzioni di paesi terzi, come gli Stati Uniti, quando colpiscono imprese e cittadini europei senza un fondamento giuridico riconosciuto a livello internazionale.
NOTA BENE
Annotazione importante su questo editoriale. Era stato scritto e pubblicato ieri, 20 maggio, quando non erano ancora state revocate le sanzioni (provvedimento Dipartimento Tesoro USA) ma vi era solo la “sospensione” temporanea delle stesse (provvedimento del giudice federale USA). Per cui la posizione di Francesca Albanese era più incerta. Oggi, apportando alcune integrazioni, l’editoriale di PeaceLink viene ripubblicato in veste aggiornata con data 21 maggio alla luce della “revoca” delle sanzioni.

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